Intervista

ACCOGLIENZA

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INTERVISTA A DON MATTEO

Il nostro mondo è composto da svariati elementi culturali e sociali differenti, integrati in ognuno di noi in maniera e proporzione diverse; ciò provoca la formazione di individui distinti e unici. Per riuscire a convivere con chi ci circonda, è necessario saper accogliere.

L’accoglienza è un tema molto discusso e soggettivo. Per cercare di comprenderla, abbiamo chiesto aiuto a Don Matteo dell’Oratorio San Luigi, con il quale abbiamo cercato, grazie alla sua esperienza, di trovare una definizione concisa di accoglienza: “La base dell’accoglienza e principio fondamentale del cristianesimo è far sentire chi abbiamo davanti, libero di esprimersi e amato incondizionatamente“.

APERTURA INTERVISTA

Per conoscere meglio Don Matteo e per aiutarci a capire cosa sia l’accoglienza e come essere accoglienti, lo abbiamo intervistato:

Don, parlaci un po’ di te

Io non ho firmato la liberatoria della privacy…, no dai mi chiamo Matteo Giovanni, sono nato a Varese nel 1988, 11 febbraio (giorno della Madonna di Lourdes), e ho sempre vissuto ad Arcisate. Sono entrato nel 2008 in seminario quando avevo vent’anni e sono diventato Prete nel 2014”. 

Qual è l’aspetto che in particolare ti è rimasto della parrocchia precedente e che vorresti portare anche qui?

Ciò che ho trovato nella parrocchia di Sedriano è stato trovare persone che mi hanno voluto bene e questa cosa per me è la più bella. Come Sacerdote ho la fortuna di sentirmi voluto bene; e forse, per un religioso, una suora o un frate è più facile arrivare in un posto nuovo e ricevere un’accoglienza positiva. Ciò che mi dispiace è che tante volte questo viene riservato solo a noi preti e suore, quando dovrebbe essere una caratteristica generale. Una persona che arriva in un nuovo luogo, soprattutto cristiano, dovrebbe trovare un posto pronto a ricevere con un’accoglienza genuina

… Accoglienza, inoltre, non è dire che tutti possono venire e fare quello che vogliono, accoglienza è dire ti accolgo in casa mia, ma dall’altra parte è anche accettare l’invito. L’accoglienza si basa su una relazione, sul fatto che ti metti a disposizione dell’altro. La rivedo molto negli educatori, negli adolescenti e nelle catechistiche, che anche con fatica, si mettono a disposizione.

Don Matteo Resteghini

Cosa invece ti è risultato difficile in questo cambiamento di realtà, cosa non è stato semplice accettare?

Il sentirsi un po’ servi inutili, non nel dire di non aver fatto nulla di utile, ma nel realizzare che ad un certo punto arriva il momento in cui, fatto il dovuto, bisogna andare da un’altra parte

… la difficoltà è stata innanzitutto realizzare che la parrocchia precedente non fosse più la realtà in cui dovessi spendere la mia vita. Mi rendo conto che nella parrocchia in cui ero prima ho dedicato tutta la mia vita di quel periodo, dalle gioie ai dolori, dalle cose più positive alle negative, la mia vita era resa totalizzante. La vera difficoltà consiste nel sentirsi sradicati da una parte e ripiantati da un’altra

L’accoglienza che ho ricevuto qui sicuramente ha aiutato in questa circostanza che richiedeva l’instaurazione di nuovi legami di una nuova vita totale, oltre anche al fatto che le amicizie rimangono, i rapporti sia come Sacerdote che, come amico, li conservo tutt’ora”.

C’è stata una persona in particolare che ti ha aiutato in questa transizione?

Si, più che una persona, sono state una serie di persone che sono proprio gli amici. La mia famiglia sicuramente è un punto sempre fermo, ma anche gli amici che incontri diventano parte della tua famiglia. Come Gesù quando andava a Gerusalemme abitava con Lazzaro, Marta e Maria, in un luogo per lui amico, nel momento della fatica, quelle persone le ritrovi come punto di riferimento. Ovviamente anche i sacerdoti, come Don Francesco sono stati per me dei riferimenti importanti per ambientarmi in questa nuova realtà. Persone che, dunque, rimangono presenti anche se distanti e ti aiutano rimanendo sempre punti stabili”. 

Don Matteo Resteghini

Tornando invece al cambio di realtà, cosa ti ha colpito di questa parrocchia e dell’ambiente che hai trovato?

La cosa che mi ha colpito di più è il fatto che questo luogo è un punto di rifermento per tante persone, che a volte può essere un lato negativo perché può indicare un lato utilitaristico del luogo, ma in questo caso è un aspetto molto bello perché è simbolo del fatto che ci sono ancora dei punti di riferimento forti e questo aspetto l’ho sperimentato qui in maniera molto concreta. In una città come Busto, con tantissime parrocchie, è bello vedere come tutte siano dei luoghi sicuri e amati dalle persone, dove trovare accoglienza, soprattutto nei momenti di difficoltà. Luoghi che raccolgono e uniscono le persone sotto un aspetto comune: la ricerca di Gesù”. 

Parlaci della tua vocazione!

Da ragazzo non ero molto espansivo, ma la scelta di abbracciare questa vocazione mi ha reso più aperto e socievole. Questo percorso mi ha permesso di diventare una persona diversa, aprendo gli occhi sulla possibilità di contribuire positivamente alla vita degli altri

… La decisione di seguire una vita vocazionale è nata anche dall’importanza che l’oratorio ha sempre avuto per me, rimanendo un costante punto di riferimento nella mia vita.”

Parlando del tema principale di quest’anno, che tipo di accoglienza hai trovato a Busto Arsizio dopo esserti trasferito? E come l’hai vissuta?

Ho ricevuto un’accoglienza grande fin da subito. Ciò mi ha permesso di essere me stesso, di sentirmi contento e libero. Soprattutto, non mi sono mai sentito messo alle strette sulle cose, nonostante possibili comparazioni con Don Giovanni, il precedente prete”.

Un consiglio da dare ai giovani d’oggi?

Un consiglio molto importante che posso dare ai giovani d’oggi è: per accogliere e essere accolti, bisogna essere sé stessi e non avere paura. Ognuno di noi ha limiti, difetti e peccati, ma sono la base per essere voluti bene e accolti”.

Grazie Don!!

Questo articolo, della rubrica “Le Penne di Stoà”, idea nata da giovani per i giovani, vuole essere un’occasione e un invito per venire a conoscere Stoà e tutti coloro che la frequentano tenendo a mente che i giovani hanno la responsabilità di alimentare e costruire la comunità pastorale per loro stessi e per i giovani del futuro.

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