ArgomentativoIntervista

L’eredità del cuore

Don Lolo lo chiamavano, un uomo semplice che ha speso la propria vita per gli altri.

Oggi vogliamo mantenere viva l’eredità di don Isidoro Meschi, che ha motivato un’intera generazione di ragazzi, e non solo, educandoli alla carità e alla vicinanza al prossimo.

Inizia come prete ed educatore all’interno dell’oratorio San Luigi di Busto Arsizio. E’ professore di religione prima alle scuole medie Bossi e successivamente al liceo classico Crespi. Con il passare del tempo, conoscendo la città e avendo a cuore il bene decide di non voltare le spalle ai tantissimi ragazzi che finiscono nella spirale della tossicodipendenza; sono gli anni dell’eroina in Italia. Con parole di incoraggiamento esorta i giovani dell’oratorio e le persone che conosce a darsi da fare concretamente per costruire una realtà che possa accogliere questi ragazzi e prestare loro attenzione: nasce così il centro d’ascolto.Da qui, in poco tempo, sorge la necessità di creare uno spazio in cui trovarsi e ridare a questi giovani una direzione di vita. Anche in questo caso il don accoglie la sfida e, in breve, grazie a grandi gesti di generosità da parte della collettività, viene acquistata una cascina dissestata nella periferia della città. Tutti sono pronti a rimboccarsi le maniche per costruire quanto prima quella che sarebbe diventata la storica comunità Marco Riva. Dopo due anni di sforzi e instancabile lavoro viene inaugurata, alla fine dell’estate 1987. Don Isidoro assiste alla sua crescita e accoglie molte persone, fino alla fatidica notte del 14 febbraio 1991 quando per mano di uno dei suoi ragazzi viene accoltellato e muore all’età di 46 anni.

Chi ci parla di lui racconta di un uomo dalle solide virtù: sobrietà, capacità di ascolto, coerenza, rigore, attenzione alla persona nella sua interezza. Tutte qualità che si traducono in gesti concreti, che ancora oggi lasciano il segno. Ci spiega Giulia: “le sue tasche erano sempre vuote: se riceveva qualcosa poi lo “passava” ad altri che avevano più bisogno di lui. Conoscendolo avevamo imparato che non serviva fargli regali: le belle scarpe da ginnastica che gli avevamo preso erano poi apparse sul banco della pesca per l’oratorio, idem il vestiario e i cibi…”. Uno dei testimoni, Gianfranco, ci racconta che il suo confessionale aveva spesso lunghe file: genitori, anziani, giovani, ex detenuti; Giulia ci dice: “in confessionale ti ascoltava assorto, poi chiudeva gli occhi, rimaneva un po’ in silenzio, pregava con te e spesso ti diceva poche parole, una frase che magari era la chiave per affrontare un momento particolare.” “Conosco diverse persone che affermano che don Lolo ha detto loro quello che poi sarebbe successo: io credo che trovasse in questa profonda condivisione e nella preghiera la capacità di discernere quella che poi sarebbe stata la strada di ciascuno”.

Gianfranco ci racconta di un episodio, l’unico, in cui ha visto il don piangere: “ha dovuto allontanare tre persone dall’esperienza comunitaria perché durante una notte avevano sottratto degli ansiolitici e li avevano messi nel suo cibo. Il don quella sera dormì profondamente e i ragazzi ne approfittarono per uscire e andare al bar. Una volta scoperto l’accaduto prese la decisione di allontanarli, per essere onesto e coerente con loro e con gli altri ragazzi della comunità. Dopo averlo fatto lo trovai in ufficio a piangere: sapeva che mandandoli fuori li stava rimettendo in mezzo alla strada, ma non aveva altra possibilità”.

Annamaria dalla sua esperienza personale ci spiega: “quando ero incinta il don mi disse di non venire più in comunità, perché molti tossicodipendenti al tempo erano anche portatori di HIV e nonostante sapesse che la trasmissione non era immediata, mi ricordava che io non dovevo pensare solo una volta alla mia salute, ma due: anche per mio figlio. Si imponeva regole per tutelate le persone, ed era rigoroso, anche con sé stesso”. Sempre Annamaria ci dice: “Quando venne a mancare una mia compagna di classe, sedicenne, in un incidente, lui andò due volte a casa di sua madre a darle conforto, e per anni a Natale e Pasqua mandò un biglietto, assicurandosi che tutti stessero bene”. Queste sono alcune testimonianze, e tante non le conosciamo, di un uomo che cercava di non lasciare nessuno dimenticato o emarginato.

Durante l’intervista a quei ragazzi che hanno seguito don Isidoro c’è un momento in cui la voce si spezza e negli occhi emerge tutta la commozione e la gratitudine: quando si parla del percorso di beatificazione. Gianfranco ci dice: “Per me lui è già santo, io una persona così non l’ho mai incontrata”. Anche Annamaria ribadisce della sua fama di santità già in vita e ci racconta che spesso prega presso la sua tomba: “Il suo essere prete come attenzione al prossimo e il mettere al centro l’uomo nella sua interezza con pregi e valori, complessità e debolezza”. Giulia spiega: “Per me è stato un martire della carità nel senso che si è speso in tutto per gli altri”.

Tutti concordano nel dire che la beatificazione sarebbe una strada per mantenere viva la memoria ora e negli anni futuri, quando i testimoni diretti verranno a mancare. Diventerebbe un segno importante per la comunità ambrosiana e per tutta la Chiesa.

Don Isidoro oggi lascia a chi lo ha conosciuto un’eredità profonda. Partendo dalla comunità Marco Riva che continua ad operare sul territorio e si impegna per non lasciare emarginato chi si è perso e non ha voce. I testimoni raccontano con sincerità la difficoltà di portare avanti una realtà che richiede fondi, impegno e perseveranza costante, ma anche la volontà con cui negli anni si è continuato a credere in questo progetto. Restano anche le “massime” che il don ripeteva, capaci di sintetizzare concetti profondi:

Fede purissima e nervi d’acciaio

Era una delle frasi che pronunciava di più in comunità. Racchiude l’idea di una fede salda, capace di non vacillare, accompagnata però da nervi d’acciaio, perché i ragazzi in questo stato hanno la tendenza a essere incostanti, a volte bugiardi: chi li aiuta deve avere grande pazienza e capire che il suo obiettivo non è salvare il mondo, ma avere cura di queste persone.

Dopo Dio viene l’orologio

Questa frase, invece, riguarda il valore del tempo e il modo in cui lo si dona agli altri. Don Isidoro spiegava che bisogna imparare a dedicare alle persone il giusto tempo: non un minuto in meno, per non privarle di qualcosa, e non uno in più, perché quel tempo non venga sottratto a qualcun altro. “Non un minuto in più, perché sarebbe un ripetersi; non uno in meno, perché vorrebbe dire che non vi siete detti tutto”.

Con questi insegnamenti chiudiamo un racconto che possa continuare a vivere nel cuore, ricordando che il compito di noi giovani ora è mantenere viva la memoria!


Vuoi approfondire la tua conoscenza su don Isidoro? Visita il sito di chi tiene viva la sua memoria donisidoro.it o visita il sito della comunità Marco Riva comunitamarcoriva.org.

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Autori

  • Ciao! Sono Giulia, ho 23 anni e sto per laurearmi in Economia, ma la mia grande passione è l’arte in tutte le sue sfaccettature. Mi piace essere creativa e lasciarmi ispirare dalla lettura.
    Nuoto da sempre e amo il mare; in generale mi ricarico stando a contatto con la natura.

  • Sono Isacco Speroni, ho 21 anni, studio alla facoltà di giurisprudenza all’università dell’Insubria, le mie passioni sono la letteratura e la montagna. Leggo saggistica, fantasy, e naturalmente i classici. Oltre a leggere, sono solito scrivere testi sia di poesia che di prosa, degli argomenti più disparati. Amo la montagna in tutte le stagioni, e ritengo che una buona escursione per arrivare a vedere un buon panorama sia una delle esperienze più soddisfacenti che la vita ha da offrire.

Giulia Bonvissuto

Ciao! Sono Giulia, ho 23 anni e sto per laurearmi in Economia, ma la mia grande passione è l’arte in tutte le sue sfaccettature. Mi piace essere creativa e lasciarmi ispirare dalla lettura. Nuoto da sempre e amo il mare; in generale mi ricarico stando a contatto con la natura.

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