
Oltre la malattia
Quando la vita si scontra con il limite invalicabile della malattia inguaribile, emergono le domande più radicali che un essere umano possa porsi: che valore ha la mia esistenza ora? Ha ancora senso vivere così?
Il recente incontro dedicato al delicatissimo tema del fine vita ha offerto uno spazio prezioso per riflettere su queste domande. Attraverso le voci di don Alberto Frigerio, medico prestato alla teologia, che ha approfondito la prospettiva legislativa e l’impatto culturale delle norme sulla società, e della dottoressa Anna Brizio, che ha condiviso la sua esperienza clinica nel campo delle cure palliative attraverso toccanti aneddoti personali, si è delineato un orizzonte in cui la medicina, il diritto e l’umanità si intrecciano indissolubilmente.
Viviamo in un’epoca di straordinari progressi in cui l’iperspecializzazione medica ci permette di indagare la malattia a livello microscopico. Tuttavia, questo successo tecnologico porta con sé un rischio insidioso: quello di curare il tessuto o l’organo, smarrendo di vista il soggetto.
La dottoressa Brizio ha raccontato con grande onestà il suo personale punto di svolta: all’inizio della carriera il suo obiettivo era la guarigione clinica, la biologia molecolare, il vetrino. Finché un giorno, a Monza, si è trovata davanti Simone, un ragazzo della sua stessa età affetto da leucemia. Non era più un caso clinico, ma una persona con una famiglia, una fidanzata e un compleanno. «Ho capito che avevo messo il proiettore su una cosa sbagliata, cioè su un particolare». Curare qualcuno significa, prima di ogni altra cosa, vederlo.
Di fronte a una sofferenza considerata insopportabile, il dibattito contemporaneo si concentra spesso su eutanasia e suicidio assistito, pratiche volte a porre termine ai patimenti. Don Alberto ha invitato a guardare oltre la superficie di queste richieste, ricordando le parole del celebre oncologo laico Umberto Veronesi:
«Quando il paziente è curato bene… difficilmente chiede la buona morte».
Se chi soffre chiede di morire, forse non sta chiedendo di cessare di esistere, ma di non essere lasciato solo nel suo dolore. Il malato terminale vive spesso l’angoscia di essere diventato un “caso clinico noioso”, un peso per i familiari e per i sanitari. La domanda sull’eutanasia nasconde spesso un bisogno relazionale drammatico: la paura dell’abbandono.
A questo proposito, don Alberto ha sollevato una questione culturale ineludibile: «Ciò che è norma diventa normale». La legge non è mai neutra; essa crea mentalità. Il rischio di introdurre nell’ordinamento pratiche eutanasiche è quello di generare una sotterranea pressione sociale sui più vulnerabili. Come avvertiva Cicely Saunders, pioniera delle cure palliative, le persone dipendenti finirebbero per sentirsi una zavorra in dovere di farsi da parte.
La risposta a questo dolore totale — fisico, psicologico, relazionale e spirituale — non può risiedere nel prolungamento artificiale e sproporzionato della vita (l’accanimento clinico), né nella sua soppressione. Trova invece espressione in un “sì” concreto: la cura integrale, incarnata dal modello delle cure palliative.
Le cure palliative non si limitano a somministrare farmaci, ma ricreano un ecosistema di relazioni. La dottoressa Brizio ha portato testimonianze che sanno di resurrezione quotidiana. Ha ricordato una paziente che, circondata da sanitari e familiari a domicilio, ha ridefinito il concetto stesso di terapia: «Terapia è ricevere decine di messaggi… è il profumino delle cose preparate da mia cognata… e poi andare all’Ikea a comprare cazzate». O ancora, la storia di Sabrina, che trasferita da un’abitazione faticosa all’accoglienza di un hospice, è rifiorita fino a decidere di sposarsi nel suo letto bianco, andandosene pochi giorni dopo «come una principessa amata, voluta e compiuta».
Anche nell’istante estremo, il cuore dell’uomo cerca un legame. Un paziente in grave insufficienza respiratoria, a poche ore dalla fine, alla domanda se avesse paura rispose con disarmante lucidità: «Io non ho paura, mi sento come quando ero un bambino… ho bisogno di essere consolato».
L’incontro ci lascia un’eredità che scavalca i confini della medicina e della giurisprudenza per interrogarci come collettività. In una società che valuta la dignità della vita in base all’efficienza e all’utilità, la fragilità estrema diventa uno specchio scomodo.
È difficile anche solo immaginare quanto sia doloroso vedere il proprio corpo sgretolarsi, la vita che appassisce. «Ma cerco di guardarmi con gli occhi di chi mi vuole bene», diceva una paziente della dottoressa Brizio. Gli occhi di un altro sono un’opportunità di scoprire chi siamo: uno sguardo può mostrare la profonda dignità che anima ogni vita, indipendentemente dalla malattia.
Se «una società merita la qualifica di civile se la solidarietà è fattivamente praticata», la vera sfida non è decidere se una vita sia degna di essere vissuta, ma chiedersi: siamo ancora capaci di rendere degna la vita di chi soffre attraverso il nostro sguardo?
