Argomentativo

Donare la gioia di amare

Per San Paolo, la carità è addirittura più grande della fede: «se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (1Cor 2). Per capire davvero il senso della nostra fede non basta ascoltare la Parola e provare a raccogliere più informazioni possibili su Dio leggendo i teologi, se poi non siamo disposti a calare quegli insegnamenti nella nostra vita, se non proviamo a capire come quelle parole ci chiamano a guardare la nostra realtà e trovare un modo per metterci in gioco. Quando scopriamo come donare il nostro amore, infatti, sentiamo di essere entrati in una prospettiva nuova, forse già non più del tutto terrena.

Da questo punto di vista, confrontarsi con la povertà presente nel mondo diventa allora un’opportunità per sperimentare davvero la logica del regno di Dio. Quando ci accorgiamo che una persona è nel bisogno, avvertiamo il desiderio di aiutarla per provare ad alleviare le sue sofferenze; lo stesso può accadere anche quando leggiamo le notizie e scopriamo di interi popoli che sono in difficoltà a causa delle crisi che attraversano il nostro mondo: vorremmo fare qualcosa per migliorare la loro situazione, anche se spesso ci sentiamo impotenti. Allora, paradossalmente, l’esistenza della povertà diventa quasi necessaria: se non ci fosse, non avremmo questa “scorciatoia” per imparare ad amare. Gesù stesso ha detto: «i poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7).

Compiere un gesto a favore di un povero è un atto di amore incondizionato, che non si aspetta di ricevere nulla in cambio, e questa è la logica di Dio. Così infatti si realizza questo insegnamento di Gesù: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Lc 14,12-14). Significa mostrare la propria vicinanza all’altro soltanto per amore, non perché potrebbe ricambiare a sua volta il gesto. Altrimenti la carità si trasformerebbe in un mercato, dove dominerebbe la logica del calcolo egoistico. Ognuno direbbe: «aiuto solo se mi conviene, se anch’io otterrò qualcosa».

Ma è proprio vero che quei poveri, quegli storpi, quegli zoppi e quei ciechi non possano (e non vogliano) dare qualcosa in cambio? Non per ripagare l’aiuto ricevuto, ma, anche’essi, per amore.

Ingenuamente ci si potrebbe chiedere come un povero, qualcuno che si trova in una situazione di estrema difficoltà o di assoluta necessità, tanto da non poter soddisfare nemmeno i suoi bisogni basilari come quello di vestirsi e nutrirsi, possa dare ad altri, invece di essere costretto a poter solo ricevere. Ma quando viviamo un’esperienza di carità autentica, ci rendiamo conto che l’amore che abbiamo dato ci torna indietro. Per avere un chiaro esempio di questa dinamica possiamo ricordare la testimonianza che ci ha portato Casa Legami: i ragazzi dell’associazione ci hanno raccontato come, mentre loro erano pronti a sedersi per terra per stare vicino ai senzatetto che assistevano, spesso questi offrivano loro il loro cuscino o la loro coperta. Persone che magari possedevano soltanto quel cuscino o quella coperta erano disposte a cederli a qualcuno che a casa avrebbe avuto tanti altri pantaloni con i quali poter cambiare quelli sporcati per essersi seduto a terra.

Cosa significa però che per sperimentare questo scambio di amore bisogna avere una carità autentica? Per capirlo possiamo partire dalla vicenda di Marta nel capitolo 10 del Vangelo di Luca (Lc 10,38-42). Gesù è ospite delle due sorelle, Marta e Maria; quest’ultima, però, invece di mettersi all’opera per servirlo, sta seduta ad ascoltarlo, mentre Marta si affanna e si agita per le molte cose che vuole fare per dare al Maestro l’accoglienza migliore possibile. Dopo un po’, Marta sembra quasi infastidita dal fatto che Gesù non rimprovera Maria per il suo comportamento, come se volesse dirgli: «Non vedi quante cose sto facendo per te? Perché non dici a quella pigra di mia sorella di venirmi ad aiutare?». Proprio qui sta il punto: spesso, senza che ce ne accorgiamo, siamo spinti a fare soltanto per il bisogno di essere notati, di sentirci dire che siamo bravi. Così vogliamo accumulare performance e risultati, ma in realtà è un modo per nascondere a noi stessi il nostro bisogno di sentirci amati, cercando, allo stesso tempo, di rivelarlo agli altri in un modo che non ce ne faccia vergognare. È un bisogno legittimo, che Gesù riconosce: la sua risposta sembra un rimprovero a Marta, ma può anche essere letta in un altro senso. Lo spiega bene fra Pasolini in una delle sue omelie, dove dice che Gesù non rimprovera Marta, ma è come se le dicesse: «Marta, Marta, abbiamo capito che sei brava, che sei capace; adesso vuoi provare a goderti un’altra parte, che non è quella di mostrare agli altri quanto vali e quanto sei capace, ma è ascoltare, accogliere? Fermati, non fare niente». Questo è ciò che ci permette di uscire da quella logica che ci intrappola in noi stessi, di pensare che l’altro, soprattutto quando sembra particolarmente fragile, abbia un bisogno assoluto di noi. È liberante, invece, riconoscere che l’altro è qualcosa di intrinsecamente bello, di autonomo, e che la felicità più grande, in realtà, è vederlo spiccare il volo, non inchinarsi continuamente davanti a noi per renderci omaggio. Ascoltare e accogliere ci permette di accettare il rischio di presentarci a mani vuote e superare l’imbarazzo che proviamo quando ci troviamo a chiedere, invece che a dare.

Se le cose stanno così, allora dobbiamo ammettere che esiste un’altra faccia della carità: la capacità di lasciarsi amare. Non vuol dire rimanere indifferenti di fronte ai bisogni altrui, ma concepire le azioni di bene che compiamo come un aiuto per far sì che anche l’altro possa esprimere ancor di più il suo amore.

Gesù stesso è il modello di queste due facce della carità: dopo aver riversato la compassione del Padre su tutte le ferite umane (il peccato, la malattia, la morte…) e giunto al momento di donare tutto sé stesso, non si vergogna di chiedere. Secondo il Vangelo di Giovanni, appena prima di dare la vita sulla croce, Gesù dice: «Ho sete» (Gv 19,28). Condividendo tutti gli aspetti della nostra umanità, Gesù sperimenta anche questa particolare sete che tutti abbiamo, che è quel desiderio di essere amati. Esprimendo questo bisogno senza vergogna, Gesù ci mostra che esso fa parte del disegno che Dio ha su di noi: siamo creature fatte per donare e ricevere l’amore.

Torniamo quindi al senso della povertà: essa esiste per permetterci di imparare ad amare. Ma se vale tutto quello che abbiamo detto, allora essere poveri non vuol dire solamente non avere le risorse materiali necessarie a provvedere alle proprie necessità, ma riconoscere i bisogni e i desideri che portiamo dentro e saperli comunicare senza paura, permettendo a qualcun altro di fare del bene. Da questa prospettiva, possiamo allora affermare che siamo tutti poveri, e questo, anziché essere di ostacolo, moltiplica l’amore in una catena infinita: questa povertà ci rende capaci di capire «quando c’è bisogno di un bicchiere d’acqua, che noi possiamo porgere, ma anche quando non dobbiamo vergognarci di chiedere un sorso d’acqua, e di permettere agli altri di darcelo».

Per concludere, possiamo dire che la carità è, prendendo in prestito ancora le parole di fra Pasolini, «donare anche agli altri la gioia di amare».

Una volta esposte tutte queste riflessioni, ci potremmo domandare, come Chiesa e come singoli, quanto le nostre iniziative e azioni di carità rispondano fino in fondo a questa logica.

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Autore

  • Sono Laura, ho 27 anni e mi sono laureata in giurisprudenza nel 2024, ma sono anche orgogliosamente un po’ nerd: mi diletto a programmare e non disdegno i videogiochi. Nel tempo libero pratico anche sport (scherma), e ogni tanto seguo qualche partita; amo le piante e faccio giardinaggio, con risultati alterni. Mi piace leggere, soprattutto i fantasy, ma non solo; invece non sono esattamente una scrittrice: ogni tanto mi piace scrivere qualche pagina di diario o qualche riflessione, ma sono un po’ pigra, quindi spesso avrei voglia di fissare per iscritto le emozioni e i pensieri che mi sono rimasti dopo un incontro o un evento a Stoà e non solo, ma il più delle volte finisco per lasciar perdere. Così, ho deciso di unirmi alle penne di Stoà anche per avere qualche occasione in più per esprimermi, migliorare le mie capacità e confrontarmi con persone nuove, che spero prima o poi diventeranno anche nuovi amici. E poi perché è il modo più accessibile per me, essendo non vedente, per mettermi in gioco e dare una mano a portare avanti le attività di Stoà. L’accessibilità e il cambiamento climatico sono i temi su cui sono più appassionata (a volte anche agguerrita, pure troppo), ma cerco sempre di informarmi e confrontarmi per ampliare le mie prospettive.

Laura Tosetto

Sono Laura, ho 27 anni e mi sono laureata in giurisprudenza nel 2024, ma sono anche orgogliosamente un po’ nerd: mi diletto a programmare e non disdegno i videogiochi. Nel tempo libero pratico anche sport (scherma), e ogni tanto seguo qualche partita; amo le piante e faccio giardinaggio, con risultati alterni. Mi piace leggere, soprattutto i fantasy, ma non solo; invece non sono esattamente una scrittrice: ogni tanto mi piace scrivere qualche pagina di diario o qualche riflessione, ma sono un po’ pigra, quindi spesso avrei voglia di fissare per iscritto le emozioni e i pensieri che mi sono rimasti dopo un incontro o un evento a Stoà e non solo, ma il più delle volte finisco per lasciar perdere. Così, ho deciso di unirmi alle penne di Stoà anche per avere qualche occasione in più per esprimermi, migliorare le mie capacità e confrontarmi con persone nuove, che spero prima o poi diventeranno anche nuovi amici. E poi perché è il modo più accessibile per me, essendo non vedente, per mettermi in gioco e dare una mano a portare avanti le attività di Stoà. L’accessibilità e il cambiamento climatico sono i temi su cui sono più appassionata (a volte anche agguerrita, pure troppo), ma cerco sempre di informarmi e confrontarmi per ampliare le mie prospettive.

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