
«Prima di far uscire, far entrare»: a Busto aspettando l’arcivescovo
Busto Arsizio si rimbocca le maniche in vista della visita pastorale dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini; desiderosi di capire meglio cosa questa visita significhi per noi giovani, e per tutta la comunità di Busto Arsizio, abbiamo chiesto chiarimenti a Monsignor Severino Pagani, già da molti anni ormai prevosto del decanato (che per noi coincide con la città stessa, caso raro nella nostra diocesi, come ci spiegherà lui stesso). Con la sua tipica spontaneità, Monsignore ci ha spinti a porgli ulteriori domande e noi, curiosi, abbiamo approfittato della sua disponibilità per interrogarlo su temi che ai giovani di Stoà stanno a cuore, facendo confluire il tutto in quest’intervista.
Una città che diventa comunità
Partiamo dal perché. Da qualche settimana a Busto non si parla d’altro, e la prima cosa che monsignor Severino ci spiega è che la visita pastorale è un compito antico: ogni vescovo, nel suo mandato, va a trovare le sue comunità. Delpini lo fa da anni, finora “per campione”, nei vari decanati. Ora è il turno di Busto, e c’è un dettaglio che rende tutto speciale: qui il decanato coincide con la città. Per di più, ci ricorda, è una delle ultime visite di Delpini, perché il suo mandato sta per scadere.
Il programma ha due livelli: le parrocchie, visitate di solito in una domenica o in un fine settimana, e gli incontri cittadini. Quindici appuntamenti, in due sabati e due giovedì, che mettono intorno allo stesso tavolo chi si occupa dello stesso ambito: giovani, carità, sanità, scuola, corali, residenze per anziani, sacerdoti. E perfino il Comune, dove, su invito del sindaco, gli uffici si fermeranno per un incontro nell’aula comunale.
Il senso, per il don, è tutto qui: la presenza del vescovo «la unifica nella coscienza di essere un’unica comunità cristiana», capace di dialogare con la realtà civile «come un soggetto solo». Un modo per uscire dice, dalla logica dell’orticello, e per far conoscere tra loro persone che altrimenti lavorano ognuna nella propria parrocchia.
Il passato di Busto, una bussola per il futuro
Abbiamo chiesto a don Severino cosa possa insegnare la Busto di ieri a quella di oggi. Ha tratteggiato una città con tre fili intrecciati: quello industriale, quello culturale e quello cattolico. Una città che un tempo si appoggiava a Varese e oggi guarda dichiaratamente a Milano, e in cui le fortune di un tempo, quelle di tintorie, tessiture e meccanica, non tornano.
«Appellarsi alla tradizione, paradossalmente, vuol dire favorire il futuro.»
Non è nostalgia, quindi, ma una bussola. Anche perché, osserva, la cultura dominante «non si produce più in loco»: arriva da tendenza e mode dei social, e «un giovane va dove vuole, per quanto vuole e con chi vuole», seguendo il prodotto più che la relazione umana. Vale anche per la vita parrocchiale, che ha bisogno di evolversi. La speranza è che la visita offra spunti per ripensare comunità, aggregazioni e realtà di carità, intorno al Vangelo e non «allo spessore culturale di un tempo».
Chiesa e politica: il bene comune come terreno d’incontro
Colpisce vedere un arcivescovo in Comune. Per il don non c’è nulla di strano: la Chiesa collabora con le istituzioni, e un’amministrazione non può ignorare una presenza così concreta. Il punto d’incontro è il bene comune, insieme alla libertà democratica. La Chiesa, precisa, non difende sé stessa e non si schiera: in ogni partito ci sono cose giuste e cose sbagliate. I rapporti a Busto sono buoni, ma si può fare di più, soprattutto a sostegno dei più poveri e dell’educazione, pensando alla Caritas o all’oratorio estivo.
I giovani: né ospiti né caselle da spuntare
Qui la conversazione si è fatta più personale, perché i giovani, in questa visita, siamo noi. Gli abbiamo chiesto come essere protagonisti credibili e se gli adulti non abbiano, a volte, paura di interpellarci. La risposta è stata tutt’altro che comoda.
«Non sono i giovani il problema, ma un adulto che ha perso sé stesso.»
Secondo don Severino la società adulta è smarrita su tre cose fondamentali: un significato ultimo della vita, una relazione affettiva che gratifichi e un lavoro che unisca sacrificio e soddisfazione. E ai giovani tocca pagare il conto: sono stati «lusingati da infinite promesse e poi spiazzati da infinite delusioni». Ne nasce un’identità fragile, a cui si somma il problema del futuro: se puoi scegliere tra sessanta corsi universitari, alla fine non sai più cosa vuoi, perché «libertà non significa fare quello che si vuole, ma fare qualcosa che vale». Identità e futuro, dice, sono le due parole su cui si giocherà la sfida educativa dei prossimi decenni.
C’è poi la questione del virtuale, su cui il don non fa sconti: bisogna «reintrodurre un’educazione alla fatica», altrimenti si crede che il virtuale sia uguale al reale. «Uno stipendio virtuale non è come uno stipendio reale, e una relazione virtuale non è come una relazione reale»: è più facile illudersi con tante relazioni online che affrontarne una vera, che un giorno è simpatica e un altro pesa.
Prima entrare, poi uscire
Un padre missionario, nelle scorse settimane, ci aveva invitato a non restare chiusi negli spazi dell’oratorio. Abbiamo girato il tema a don Severino, e la sua risposta ribalta la prospettiva.
«Se dentro non c’è nessuno, nessuno può uscire.»
Uscire, spiega, è indispensabile, ma serve qualcuno formato che possa farlo, «con una testa, con un pensiero e con una modalità». E la modalità è quella del quotidiano: a scuola, al lavoro, tra non credenti, senza vergognarsi di ciò che si è. Il problema, in fondo, è che oggi siamo tutti fuori, ma «senza un’identità capace di promuovere, cristiani senza missione». Da qui la sua formula, ripetuta più volte: «prima di preoccuparci di far uscire, dobbiamo preoccuparci di far entrare e formare».
Libertà, democrazia e dialogo tra religioni
Sul rapporto con le altre religioni presenti in città il don parte dai principi condivisi: libertà, dignità della persona, convivenza democratica. «Io rispetto te, tu rispetti me.» Da lì allarga lo sguardo a una democrazia che definisce in crisi, con la «mania del capo» e il bisogno di corpi intermedi. E propone una distinzione che ci è rimasta in testa: il libero arbitrio è poter scegliere tra una cosa e l’altra, ed è soltanto metà della libertà. «La Libertas è scegliere, tra l’una e l’altra, la cosa migliore».
Un modello per la pastorale giovanile
Chiudiamo con ciò che ci riguarda da vicino: la pastorale giovanile unitaria di Busto. È un esperimento riuscito es. Centro Giovanile Stoà? Per il don l’impostazione è giusta e in dieci anni i passi avanti ci sono, ma non è ancora finita. Ciò che manca non è la struttura né il luogo: è un gruppo stabile di direzione e un programma formativo che guardi lontano. Non «ci troviamo a settembre e vediamo cosa fare», ma tre anni di contenuti già decisi, con un percorso biblico, uno sulla politica e uno di spiritualità, con date precise.
E l’appartenenza? Qualcuno c’è per la pizzata con prenotazione online e poi sparisce. Non siamo peggiori delle generazioni precedenti, ci dice, ma oggi i posti dove andare non mancano. La via più bella resta quella attrattiva: «se un giovane pensa che andando lì impara, si fa amicizie, impara a pregare, allora viene».
Il frutto che resta
Alla fine, gli abbiamo chiesto di scommettere su un’immagine o un frutto da cogliere dopo la visita. Ne ha indicati tre: una collaborazione più intensa tra tutte le realtà ecclesiali, una riscoperta più profonda della parola di Dio, e un Vangelo che partecipi di più alla vita civile.
«Il cristiano deve certamente dire le preghiere, ma deve anche preoccuparsi della gestione della città.»
Per concludere
Usciamo dalla chiacchierata con più domande che certezze, ma anche con una direzione. Monsignor Severino non ci ha raccontato soltanto come una città si prepara all’arrivo del suo arcivescovo: ci ha messo davanti uno specchio, chiedendo agli adulti di ritrovare sé stessi e a noi giovani di non accontentarci di essere una casella da spuntare.
Busto, dunque, si rimbocca le maniche. E per noi il messaggio è chiaro: la visita dell’arcivescovo non è un evento da guardare dalla platea, ma un’occasione per costruire, insieme, qualcosa che resti. Prima formarsi, poi uscire. Noi, come Penne di Stoà, continueremo a raccontarla.
Grazie per aver letto questo articolo, ci piacerebbe sapere cosa ne pensi: quali messaggi o parole ti hanno colpito di più? Lascia il tuo commento qui sotto e contribuisci anche tu a questo progetto! Se vuoi sapere qualcosa in più su di noi Clicca Qui.
