Intervista

LINGUAGGIO DELLA DIVULGAZIONE TEOLOGICA

INTERVISTA A DON SEVERINO

Quest’intervista è dedicata a Monsignore Severino Pagani, coinvolto in prima persona nella nascita di Stoà. Per una decina di anni, fino al 2012 è stato presidente e direttore della FOM. È da qui che è nata l’idea di promuovere accanto agli oratori i centri giovanili.
In quegli anni ha diffuso, sostenuto e incoraggiato in giro per le diocesi con incontri, documenti e testi la necessità di costruire centri giovanili, valorizzando i giovani e offrendo loro uno spazio di crescita e sviluppo, nella fede e nella cultura. La sua passione e dedizione hanno contribuito a promuovere l’importanza di questi centri nel fornire un ambiente sano e stimolante per i giovani delle parrocchie.

E ad un certo punto, nel 2011, è arrivata da Busto Arsizio una chiamata da Don Alberto Lolli per chiedere a Don Severino di venire a presentare il progetto Stoà…

Ci introduca un po’ alla sua figura, il suo percorso e la sua identità come professore?

“Arrivato a quest’età, 72 anni, il primo sentimento che mi viene guardando la mia vita è quello di una grande riconoscenza, perché sono un uomo che fin da ragazzo è stato sempre molto amato da tanta gente. Ho avuto la possibilità di esprimermi con l’intelligenza, col cuore e con le relazioni e quello che ha sempre unificato un po’ la mia vita è stata la scelta di dedicarmi al signore, desiderando di diventare prete.

In seminario ho fatto una vita felice perché, forse un po’ le doti dell’intelligenza, un po’ la fortuna, non ho mai fatto fatica a studiare. Mi piacevano soprattutto le materie letterarie, filosofiche e artistiche, preferivo fare tre temi, ma non un compito di matematica. Poi ho studiato alla facoltà teologica. E alla fine, quando uno diventa prete in genere non è che sceglie lui dove andare, cosa fare, ma gli educatori del seminario ed il vescovo della diocesi, conoscendo un po’ la persona, dicono: “… mi piacerebbe farti prendere questa strada”. Così, mi sono iscritto alla facoltà teologica, nella specialità di filosofia. Devo dire che è stato molto importante per me, perché mi ha in qualche modo abituato ad avere la mente ordinata, a superare le confusioni, a credere alla logica, a sapere che, se dici una cosa non puoi dire il suo contrario.

In quel periodo, per fare un po’ d’allenamento e pratica, ho anche incominciato a insegnare in un liceo classico e devo dire che in quegli anni ero molto entusiasta, ma anche un po’ orgoglioso, pensavo che dopo Hegel potessi venire io. Mi piaceva molto perché con i ragazzi era bello far scuola, mi piaceva fare gli schemi alla lavagna, fargli gustare gli autori, difatti quelli che conoscevo bene li spiegavo bene, mentre gli autori che non conoscevo bene facevo passare il libro e via andare, ma su alcuni mi sono proprio entusiasmato e devo dire che questo compito dell’insegnamento mi ha permesso di voler bene a tutti i ragazzi.

Io dicevo sempre che in fondo la filosofia passava se un ragazzo la comprendeva, e per farlo comprendere facevo degli esempi molto concreti che poi rimanevano in mente, tanto che adesso, dopo quarant’anni, quando incontro qualcuno di quei vecchi alunni, mi dicono: Don, ti ricordi quando ci hai spiegato con un esempio che Hegel è come un frullatore che metti dentro tutte le cose, vien fuori ancora tutto, ma in poltiglia!”

Come è stato ispirato a diventare professore? Qualcuno gli è stato di riferimento?

“Gli esempi più belli che ho ricevuto dall’insegnamento sono stati dai miei professori che non insegnavano soltanto con intelligenza, ma insegnavano con passione. E soprattutto da quelli che, insegnando con passione, non amavano le parole difficili, ma amavano farsi capire, erano più preoccupati di far capire a me che non di sapere che erano intelligenti loro. Per cui i professori che mi hanno dato di più sono stati quelli che mi hanno trasmesso un’intelligenza umile e un affetto percepito.

Per di più ho avuto anche la fortuna che molti di questi miei professori che mi hanno accompagnato sono diventati miei colleghi. Per cui negli anni successivi ho anche stabilito profonde amicizie, perché vivevamo nella stessa casa, vivevamo nel seminario di Venegono e ho continuato a imparare da loro più che non dalle lezioni, dalle grandi conversazioni che facevamo camminando dopo pranzo lungo il bosco del seminario. In quei momenti ho scoperto l’intelligenza dei miei insegnanti unita alla fraternità, all’amicizia di chi ormai mi trattava dandomi anche una stima più grande di quella che meritavo”.

Come avverte la responsabilità di dare questo prezioso insegnamento di fede? Come affronta l’interpretazione, a volte ambigua, delle scritture, avendo una vasta conoscenza e competenza che ti permette di avere una voce in capitolo?

Ad un certo punto della mia vita ho abbandonato un po’ l’attività diretta di insegnante perché mi è stato affidato un compito più entusiasmante, ovvero l’educatore dei seminaristi, oltre ad essere stato chiamato a fare il rettore nel seminario di Venegono. L’esperienza dell’educatore è una cosa straordinaria perché mi permetteva sì di insegnare, ma in un ruolo, in un compito molto più completo, che andava oltre il semplice voto. Questi sono stati forse anche gli anni più produttivi, più belli, dove ho potuto riflettere sulla realtà del mondo e sui cambiamenti sociali...

Più che sentire di avere una voce in capitolo sento il desiderio di entrare in comunione con la gente. L’occasione più grande che ho per entrare in comunione con un vasto gruppo di gente sono le omelie della domenica. Io di proposito nelle omelie non ho mai citato un autore, anche se mi vengono in mente, ma non voglio citarli perché non è quello lo scopo. Il mio obiettivo risiede invece nell’antropologia, cioè nel leggere il vissuto umano delle persone che ci sono vicine. Devo dire che la preoccupazione che ho, non è innanzitutto di essere sempre sull’orizzonte del Vangelo, ma è di dire qualcosa che risvegli quello che le persone hanno già nel cuore. Quando tu predichi in Basilica e stai dicendo una cosa e vedi che la gente si ferma, non si pulisce il naso, non si gira, è attenta, tu dici, qui stanno ascoltando. E quando tu vedi qualcuno che, mentre parla annuisce vuol dire che hai colpito. Ecco, credo che oggi per parlare alla gente è più difficile. A me costerebbe di meno fare un corso all’università che fare una predica della domenica. Questo perché devi sempre avere il concetto chiaro e usare le parole semplici.

Cosa pensa riguardo alla divulgazione di testi attraverso i social? Sono positivi o negativi?

“Io credo che i social si debbano pesare per la loro caratteristica fondamentale: sono uno strumento. Ogni strumento decide il suo valore da come viene impiegato. Una persona sbaglia ad usarli se, ad un certo punto, ne diventa dipendente in modo tale da perdere tutte le altre modalità di relazione. Io penso che così la libertà di una persona si indebolisca e che gusto c’è? Finiamo in situazioni depressive, situazioni di solitudine. Ora non vorrei dire che siccome oggi è difficile stabilire delle relazioni, sia sbagliato che inizialmente ci si tuffi nei social. Ma un altro grosso rischio è quello di diventare profondamente narcisisti, cioè che ciascuno ha comunque sempre bisogno dello specchio, e quindi uno deve pubblicare tutto di sé e se questo fenomeno va avanti, credo che alla fine si perda il senso dell’alterità. Guardi solo te stesso, vivi in un mondo degli specchi, e se vedi soltanto te stesso, poi diventi autoreferenziale, ti senti al centro del mondo e pensi sempre di avere ragione. Io su questo ho fatto una scelta mia personale: ho scelto di non utilizzarli”.

Questo articolo, della rubrica “Le Penne di Stoà”, idea nata da giovani per i giovani, vuole essere un’occasione e un invito per venire a conoscere Stoà e tutti coloro che la frequentano tenendo a mente che i giovani hanno la responsabilità di alimentare e costruire la comunità pastorale per loro stessi e per i giovani del futuro.

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