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Il vero significato delle nostre scelte

Giovedì 22 gennaio 2026 abbiamo intrapreso una nuova tappa nel cammino di catechesi che
stiamo compiendo quest’anno a Stoà, seguendo come traccia le parole con le quali Papa Leone
ha voluto rispondere alle domande dei giovani riuniti a Tor Vergata per il Giubileo.
Dopo aver riflettuto sull’amicizia, il percorso ora si rivolge al tema della scelta. Per aiutarci a dare
concretezza alle parole del Papa, abbiamo invitato quattro relatori: Gianluca, Davide e Lourdes, e
don Fabio
. Abbiamo posto loro alcune domande per comprendere meglio il cammino che li ha
portati a compiere le loro scelte di vita, ma anche, più in generale, cosa significhi per loro
scegliere e quali consigli potrebbero derivarne per noi giovani.

Scegliere è trovare la nostra casa

La prima questione che i giovani hanno portato all’attenzione del Papa è stata la paura della
rinuncia:

“sappiamo che scegliere equivale a rinunciare a qualcosa e questo ci blocca”.

Sotto questo aspetto l’esperienza di don Fabio è un esempio particolarmente interessante: è sacerdote
da undici anni, ma prima si è formato e ha lavorato per molto tempo come medico. Queste due
anime sembrano apparentemente inconciliabili, ma in realtà entrambe hanno un senso. Questo
perché – afferma – il posto nel mondo si chiarisce vivendo e restando disponibili a un ascolto,
cercando di capire quello che ci succede
. Ci sono cose che non riusciamo a dimenticare e
sappiamo che prima o poi dovremo farci i conti. Ricorda ancora quando, da bambino, il parroco
gli chiese all’improvviso: “Non hai mai pensato, da grande, di fare il prete?”. E questa domanda è
rimasta sempre nella sua mente, tanto che si è ritrovato a cercare di farla tacere riempiendo la sua
vita con il lavoro in pronto soccorso e sommergerla così con altre preoccupazioni, ma a un certo
punto si è accorto che doveva dare una risposta. Per lui, capire cosa fare nella vita è una ricerca
per approssimazioni: pur apprezzando il proprio lavoro, si accorgeva che in lui rimaneva una
costante insoddisfazione, perché vedeva i limiti della sua professione davanti alle fragilità delle
persone che gli si presentavano. Così cominciò a chiedersi se quegli atti puramente tecnici, anche
se necessari, fossero davvero ciò che i suoi pazienti avevano bisogno. Naturalmente riconosce
che nemmeno ora, da prete, si possono risolvere tutti i problemi; il punto fondamentale è però
riuscire ad andare fino in fondo nella ricerca di chi vogliamo essere, senza accontentarci di
risposte parziali, anche se nobili e belle
. In questo percorso, i luoghi, le persone, gli eventi della
vita ci suggeriscono, e così capiamo cosa significhi davvero scegliere: trovare la nostra casa.

Scegliere è libertà

Scegliere implica anche adattarsi, e perciò rinunciare, ma se questo è il frutto di una scelta libera,
allora non si tratta di una vera rinuncia. In questo la storia di Davide e Lourdes è emblematica: la
loro decisione di accettare la proposta di vivere con i padri consacrati li ha portati a lasciare la loro
casa di proprietà e a doversi adeguare alle necessità e ai ritmi dei padri. Sarebbe stato facile far
valere le loro esigenze di famiglia “normale” e anche numerosa, ma il fatto di non imporsi ha
permesso loro di inserirsi nella comunità e quindi di formare una famiglia più grande, che
includesse anche i padri e i fratelli laici consacrati, nonostante all’inizio l’accoglienza non fosse
stata così favorevole e pur nelle difficoltà che rimangono. Non solo: questo atteggiamento di
disponibilità porta anche ad accogliere chi è fuori dalla comunità, senza sentirsi superiori a causa
delle proprie scelte.
Spesso considereremmo tutto questo come una limitazione alla nostra libertà, ma – afferma
Davide –

“noi abbiamo scelto di far parte di quella famiglia allargata, e per questo siamo liberi e
facciamo una vita normale”


Un altro aspetto di questo stile di vita è la preghiera. Insieme alla famiglia, la preghiera è per loro il
fondamento delle scelte e la forza che sostiene nelle difficoltà e nell’incertezza. È anche un
momento di appartenenza alla famiglia allargata: i padri missionari celebrano una messa al giorno,
spiega Davide, e noi quando possiamo partecipiamo, non per obbligo, ma perché facciamo parte
di questa famiglia e anche perché ci piace.

Scegliere è testimoniare

Le nostre scelte possono cambiare la vita degli altri e diventare una testimonianza, un seme
gettato nel cuore dell’altro, che può germogliare all’improvviso. Le scelte sono anche una
casualità: a volte accadono in un momento impensabile. Gianluca si è trovato proprio in questa
situazione. Un giorno dovette tornare in università per un adempimento burocratico, e incontrò un
suo professore. Saputo da Gianluca stesso che non aveva ancora trovato un lavoro, il professore
gli chiese se potesse fare qualcosa per aiutarlo. Allora Gianluca, che in quel momento era in
formazione presso il PIME per diventare missionario laico consacrato, gli spiegò che era in
procinto di partire per l’Africa in missione, e tutto apparentemente finì lì. Dieci anni dopo, Gianluca
scoprì che, in seguito a quell’incontro, il professore aveva fondato una scuola in Equador: quel
brevissimo scambio gli aveva cambiato l’esistenza. Da docente universitario in carriera che voleva
soltanto guadagnare, vedendo la felicità di Gianluca, che pure non guadagnava nulla, si è chiesto:

“cosa sto facendo della mia vita?”.

Scegliere è amare

Un’altra considerazione che Papa Leone ha rivolto ai giovani è stata che

“non si tratta solo di scegliere qualcosa, ma di scegliere qualcuno. uando scegliamo, in senso forte, decidiamo chi vogliamo diventare. La scelta per eccellenza, infatti, è la decisione per la nostra vita: quale uomo vuoi essere? Quale donna vuoi essere?”.

Allora potremmo chiederci se davvero esista un filo rosso che unisce tutte le decisioni che prendiamo ogni giorno. Anche in questo caso la storia di Gianluca può darci importanti spunti di riflessione. Nel periodo in cui è stato direttore dell’oratorio di san Giovanni, che definisce un luogo molto complicato, ha incontrato tanti giovani in difficoltà.

Nonostante questo, dice, io non ho mai giudicato nessuno, perché il filo rosso delle mie scelte
credo siano sempre state le mie stesse fragilità, e allora incontrando una persona in difficoltà mi
immedesimo in lei. Il fatto di non essere mai stato giudicato per come era ha permesso a chi ho
incontrato di diventare quello che è oggi, e grazie a questo ho costruito con loro vere amicizie. Ho
sempre fatto le mie scelte nella linea dell’amore, conclude.

Scegliere è dire la verità

A volte facciamo delle scelte sotto l’influsso di qualcuno, ma ciò che ci rende veramente liberi è
scegliere secondo la nostra verità, mentre invece in queste situazioni mentiamo a noi stessi, pur di
accontentare quella persona che ci fa pressione, ma è la verità che ci fa liberi, afferma Gianluca, e
nella libertà noi compiamo scelte concrete, vere, che ci fanno felici, e quando noi siamo felici,
facciamo felice anche chi ci sta accanto. Gianluca in proposito racconta del suo periodo di
missione in Camerun. Ricorda di aver incontrato laici e consacrati che erano in missione da molti
anni, che però non ci erano mai arrivati davvero con la mente e con il cuore. Si possono fare
scelte che appaiono coraggiose e radicali agli occhi degli altri, tuttavia nel compierle non abbiamo
veramente scelto, ma soltanto vissuto quello che gli altri volevano. Conclude citando una ricerca
nella quale si è imbattuto di recente, secondo cui in una sola giornata compiamo 35000 scelte.
Sono gesti minuscoli e in apparenza privi di qualsiasi significato, e non sappiamo nemmeno che
in quel momento stiamo scegliendo, ma in realtà stiamo riflettendo i nostri valori.

Scegliere è obbedire alla vita

A volte ci fossilizziamo sulle nostre decisioni, invece è importante ascoltare ciò che la vita ci
propone. In questo senso, le esperienze che don Fabio e Gianluca hanno vissuto durante la
pandemia sono esempi illuminanti.
Potremmo pensare che un ex medico, spinto dalla gravità della circostanza, si sia sentito
obbligato a tornare in corsia. Don Fabio racconta che per lui è stata invece una decisione del tutto
spontanea. Come tutti, all’inizio non aveva intuito la portata della situazione, ma un giorno lesse
sul giornale che due suoi compagni di studi si erano fatti volontari per dare il cambio ai medici in
ospedale, esausti dopo giorni estremamente impegnativi. Questa notizia lo portò a interrogarsi su
cosa stesse facendo in quel momento, dato che non poteva celebrare messa e si trovava, come
tutti, chiuso in casa a passare il tempo come meglio poteva. Allora, dopo aver contrastato
qualche resistenza dei superiori, riuscì a farsi assumere in ospedale, “con grande contentezza”,
ammette. Questo può stupirci, eppure don Fabio afferma di essersi divertito, perché si sentiva
totalmente a suo agio, anche se non svolgeva quel mestiere da diciassette anni. Pur sapendo di
correre un grande rischio, dice che c’era in lui una certa leggerezza:

“in quei giorni, quando andavo a lavorare, la mia preghiera era: Signore, fa’ che possa combattere ancora un po’ prima di, eventualmente, soccombere”.


Anche per Gianluca il periodo della pandemia, pur essendo stato un momento drammatico per
molti, è stato una grande occasione per la quale ringrazia. In quei mesi di isolamento in casa,
dice, siamo davvero diventati una famiglia, e Francesco, il bambino che gli è stato dato in affido
giudiziario, ha capito cosa significhi essere una famiglia. Ma quando sei spinto verso l’umanità
non riesci a stare chiuso in casa, e allora racconta che in quel periodo ha aperto una comunità
che ospitasse i figli i cui genitori erano entrambi ospedalizzati. Afferma che è stato un periodo
molto intenso e arricchente, perché ogni situazione può diventare un’occasione di vita. Scegliere
obbedendo alla vita vuol dire vedere ciò che sta accadendo e rispondere, sentendo che non
possiamo non agire. Vuol dire trovare un’opportunità nelle difficoltà
.

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Autore

  • Sono Laura, ho 27 anni e mi sono laureata in giurisprudenza nel 2024, ma sono anche orgogliosamente un po’ nerd: mi diletto a programmare e non disdegno i videogiochi. Nel tempo libero pratico anche sport (scherma), e ogni tanto seguo qualche partita; amo le piante e faccio giardinaggio, con risultati alterni. Mi piace leggere, soprattutto i fantasy, ma non solo; invece non sono esattamente una scrittrice: ogni tanto mi piace scrivere qualche pagina di diario o qualche riflessione, ma sono un po’ pigra, quindi spesso avrei voglia di fissare per iscritto le emozioni e i pensieri che mi sono rimasti dopo un incontro o un evento a Stoà e non solo, ma il più delle volte finisco per lasciar perdere. Così, ho deciso di unirmi alle penne di Stoà anche per avere qualche occasione in più per esprimermi, migliorare le mie capacità e confrontarmi con persone nuove, che spero prima o poi diventeranno anche nuovi amici. E poi perché è il modo più accessibile per me, essendo non vedente, per mettermi in gioco e dare una mano a portare avanti le attività di Stoà. L’accessibilità e il cambiamento climatico sono i temi su cui sono più appassionata (a volte anche agguerrita, pure troppo), ma cerco sempre di informarmi e confrontarmi per ampliare le mie prospettive.

Laura Tosetto

Sono Laura, ho 27 anni e mi sono laureata in giurisprudenza nel 2024, ma sono anche orgogliosamente un po’ nerd: mi diletto a programmare e non disdegno i videogiochi. Nel tempo libero pratico anche sport (scherma), e ogni tanto seguo qualche partita; amo le piante e faccio giardinaggio, con risultati alterni. Mi piace leggere, soprattutto i fantasy, ma non solo; invece non sono esattamente una scrittrice: ogni tanto mi piace scrivere qualche pagina di diario o qualche riflessione, ma sono un po’ pigra, quindi spesso avrei voglia di fissare per iscritto le emozioni e i pensieri che mi sono rimasti dopo un incontro o un evento a Stoà e non solo, ma il più delle volte finisco per lasciar perdere. Così, ho deciso di unirmi alle penne di Stoà anche per avere qualche occasione in più per esprimermi, migliorare le mie capacità e confrontarmi con persone nuove, che spero prima o poi diventeranno anche nuovi amici. E poi perché è il modo più accessibile per me, essendo non vedente, per mettermi in gioco e dare una mano a portare avanti le attività di Stoà. L’accessibilità e il cambiamento climatico sono i temi su cui sono più appassionata (a volte anche agguerrita, pure troppo), ma cerco sempre di informarmi e confrontarmi per ampliare le mie prospettive.

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