
Parola, specchio dell’unicità
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”: così scriveva Bernardo di Cluny nel XII secolo nella sua opera: “De contemptu mundi”.
L’esametro significa letteralmente: “La rosa primigenia esiste soltanto nel nome, conosciamo soltanto i nomi”, verso con il quale il suo autore si riferiva molto probabilmente alla transitorietà di tutte le cose terrene, ma che è stata successivamente presa in prestito dalla linguistica, dalla semiotica, dalla filosofia del diritto e da qualsiasi filosofia si occupi dell’interpretazione delle parole e del loro significato, soprattutto nella seconda parte dell’esametro.
La disputa è tra chi sostiene la concezione naturalistico essenzialista della parola e chi invece sostiene quella convenzionalista: i primi sostengono che una parola ha un significato in quanto essa stessa è portatrice dentro di sé del concetto stesso che sta dietro all’oggetto indicato dalla parola (per chi mastica un po’ di filosofia: la parola “casa” partecipa dell’idea platonica di casa). Le implicazioni di questa teoria sono molte e pesanti: una parola avrà un solo significato vero, e tutti gli altri saranno falsi, in quanto la parola per sua natura non indica altri oggetti se non quello a cui è destinata. I secondi invece, i convenzionalisti, affermano che una parola non ha alcun legame “per natura” con l’oggetto indicato, ma l’abbinamento parola – oggetto è semplicemente frutto di una convenzione. Dunque ci saranno sì dei significati veri e falsi di una parola, ma non saranno veri o falsi in assoluto, ma solo finché le convenzioni che li hanno stabiliti tali resteranno valide. Per cui un uso della parola non conforme alle convenzioni è, alla prova dei fatti, perfettamente legittimo (nulla mi impedisce di chiamare una casa “lampada”, semplicemente non riuscirò a comunicare efficacemente con le altre persone).
La questione è evidentemente di antica origine, ma nel 1600 sembra essersi decisa a favore di questi ultimi. Così infatti scrive Shakespeare: “Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Ancora oggi però c’è chi occasionalmente si appoggia a tesi essenzialistiche.
Può sembrare inizialmente una piccolezza, ma la sua gravità appare in tutta la sua imponenza non appena ci accorgiamo del fatto che il linguaggio ha più potere di qualsiasi altra cosa inventata dagli esseri umani. Il linguaggio può essere usato in varie funzioni, elencarle sarebbe lungo e dispendioso. Le principali sono però la funzione descrittiva, la funzione prescrittiva, e la funzione performativa.
La funzione descrittiva è, diciamo, la più semplice, quasi banale: la si usa ogniqualvolta si sta descrivendo lo Stato di cose della realtà (“La mia lampada è in casa”).
La funzione prescrittiva si usa invece per dare un ordine, un invito, un consiglio: quando si rende necessario esprimere ad altri la volontà che si conformino ad un dato comportamento (“Porta la lampada in casa mia”). Attenti però: è facile confondere i piani; prendiamo per esempio la Costituzione italiana; al primo articolo leggiamo “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. La Costituzione sta affermando uno Stato di cose o ci sta piuttosto sussurrando: “L’Italia è una repubblica democratica, perché io dico che deve essere così”? È molto facile confondere i piani.
La funzione performativa è la più particolare (e complessa) delle tre: in parole povere usando il linguaggio con questa funzione io modifico la realtà. Secondo Roland Barthes (saggista, critico letterario, linguista e semiologo francese) una frase semplice come “Ti amo” (“Frammenti di un discorso amoroso”) che inizialmente può sembrare descrittiva ha una altissima funzione performativa. Due persone si dicono “Ti amo”: è innegabile che stiano esponendo la realtà dei fatti, ma in realtà sotto c’è molto di più: da quando hanno pronunciato quella frase la loro relazione si è modificata, perché parlando hanno provocato un particolare effetto sull’altra persona. Usare la parola in funzione performativa non è affatto qualcosa di banale, e noi potremo anche non accorgercene, ma modifiche sulla realtà di questo tipo si compiono ogni giorno. E non solo di questo tipo. A causa di questo utilizzo si può decidere della vita o della morte di una persona. Quando un tribunale riconosce un imputato colpevole il giudice pronuncerà delle parole che statuiscono la colpevolezza dell’imputato e gli assegnano una pena.
Dunque il linguaggio non è per nulla banale, e anche una questione semplice come comprendere quale sia il vero significato di una parola è di vitale importanza. Perché il significato è oggettivo ma anche soggettivo.
Senza voler sminuire l’indubbia importanza delle forme di comunicazione non verbale, si può affermare senza tema di smentita che le parole sono il mezzo più immediato e più chiaro di trasmettere un messaggio agli altri (ma anche a noi stessi). Basti pensare, a tal proposito, all’importanza delle testimonianze scritte per la ricostruzione di fatti storici anche molto remoti: tramite la parola, abbiamo accesso al pensiero di persone che non conosciamo altrimenti, e che possono essere vissute anche migliaia di anni fa.
Ciò detto, lo straordinario potere del linguaggio non deve indurci a credere che esso costituisca un mezzo perfetto per comunicare ciò che vuol dire chi lo usa. Prescindiamo pure dall’ovvio caso di un uso volontariamente mistificatorio della parola: in questo caso, infatti, chi parla è consapevole di proporre una visione falsa della realtà, ma può anche essere convinto che ciò che vuol dire sia compreso con assoluta precisione dall’interlocutore.
Indagare sulla natura della parola permetterà di scoprire che, in verità, la comunicazione non potrà mai corrispondere alla trasmissione di un pensiero tale e quale dalla testa del parlante a quella dei suoi interlocutori. In effetti, possiamo considerare il linguaggio come l’uso coerente di una serie di segni, ciascuno con il proprio significato, che concorrono ad esprimere dei concetti. Purtroppo, inevitabilmente, i concetti che si possono esprimere con le parole sono solo una semplificazione del nostro pensiero: rendere attraverso delle frasi un’intuizione da una parte ci permette di chiarirla e di fissarla, ma dall’altra riduce la sua grandezza originaria.
In secondo luogo, ammettere che il significato delle parole sia univoco per tutti è sicuramente approssimativo: ogni parola, anche se indica un oggetto concreto, ha indubbiamente una valore diverso per ciascuno di noi: così, anche una frase come “La lampada è in casa” sarà interpretata in modo diverso da ciascun lettore.
La comunicazione, dunque, non deve essere intesa come un processo in cui l’unico soggetto attivo è chi parla: in realtà, perché possa avvenire veramente uno scambio di informazioni, chi ascolta deve decifrare i segni, gli indizi che gli fornisce l’interlocutore, e lo farà necessariamente secondo i suoi schemi mentali e la sua visione del mondo, che risulta inevitabilmente unica: si potrebbe dunque dire che una parola ha tanti significati quante sono le persone che la conoscono.
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