
Sotto lo stesso cielo
Esistevano dei sacerdoti, ai tempi dell’Antica Roma, la cui arte divinatoria consisteva nel leggere le viscere delle vittime sacrificali tramite l’osservazione del cielo stellato. Gli aruspici, come venivano chiamati, ricercavano attentamente indizi, come cicatrici o altre anomalie, nelle interiora degli animali; quindi, rivolgevano lo sguardo al cielo per capire quale divinità avesse mandato quel segno; incontravano in questo modo la guida degli dèi per stabilire la causa di eventi straordinari, per trarre norme di condotta o, in generale, per trovare certezze nel futuro.
3000 a.C.: Avvolto nella doppia toga, cinta da una fibula d’argento, il sacerdote avanzava, stringendo nella mano destra un vecchio bastone ricurvo. Eleganti incisioni danzavano tra le profonde venature del legno, che oscillava assecondando i lenti movimenti del vecchio. Un mantello in pelliccia ornava le sue spalle, mentre un copricapo di cuoio a punta celava il suo volto nella penombra. Il vento si levava impetuoso, e la veste ne seguiva il richiamo. Silenzioso e solenne, saliva gli scalini del tempio. Le stelle brillavano, immobili, nella volta celeste…
Immaginiamo ora un giorno di tempesta: l’aruspico volge lo sguardo al cielo, ma tra lui e le stelle si stende un fitto strato di nubi. Ogni contatto divino è ora impossibile, ogni guida assente.
Aruspico: «All’improvviso mi fermai, lo sguardo alzato e il respiro sospeso. Enormi nuvole scure erano in procinto di scatenare il loro impeto. Stringevo forte nelle mie mani il freddo legno, una volta caldo di presagio, ora inerte, privo di voce. Non temevo la tempesta; ma per quanto tempo ancora non sarei riuscito a vedere le stelle? Levai di nuovo gli occhi al cielo, più intensamente, cercando tra le nubi una fenditura, un segno, una parola incisa nel cielo. Ma il nulla mi fissava dall’alto, un’oscurità muta e impenetrabile.
L’angoscia mi avvolse. Cosa significava quel silenzio? Eppure, quello non era un vuoto assoluto, ne ero certo: dietro la tempesta, lontano, al di là dell’oscurità, c’erano sicuramente gli stessi astri, gli stessi dei… Improvvisamente, un sentimento nuovo sorse nel mio animo, si insinuò in me e crebbe sempre più impetuoso, fino a vincere la paura. Era qualcosa di indescrivibile, eppure una presenza chiara e forte, come un grido di battaglia in una lingua ignota. Il mio animo era ormai pervaso da una profonda e invincibile tensione verso ciò che, lontanissimo, era celato ai miei occhi.»
Un brivido scosse il mantello, ma non era il vento. Era il fremito di chi per la prima volta si scopre solo sotto l’infinito ed è pronto a tutto per oltrepassarlo. Nel suo sguardo alzato bruciava per la prima volta un nuovo bagliore inestinguibile.
2025: Un gruppo di amici camminava da più di tre ore su sentieri di montagna. La compagnia, in partenza molto affiatata, era caduta in preda alla stanchezza quando il buio e il freddo erano calati su di loro, ma la meta era vicina. Le torce erano ormai scariche; solo una emanava ancora una flebile luce.
Ragazzo: «Speravo che la torcia resistesse per l’ultima salita, la cima era vicina. La fatica era diventata una presenza costante, eppure com’era bella la montagna… Che silenzio, che pace! Camminando in quei luoghi mi sentivo lontano dalla monotonia di tutti i giorni: più in alto delle piccole preoccupazioni inutili, sempre più in alto, nell’aria più pura. La salita proseguiva diventando via via più ripida…
All’improvviso mi fermai, ero così concentrato sul sentiero e sui miei pensieri che non mi ero soffermato nemmeno un istante a guardare il cielo: completamente privo di stelle. Gonfie nuvole scure scorrevano lente e interminabili a centinaia di metri sopra di noi. Il compenso che questa fatica ci aveva concesso era solo un manto di nuvole scure. Dopo alcuni minuti, arrivammo a destinazione: un grande prato, immerso nel grigio della notte, si stendeva davanti a noi, l’erba ondeggiava illuminandosi, a chiazze, di pallidi riflessi. Cercando di cogliere il meglio anche in questa situazione, ci eravamo ugualmente distesi, apprezzando il vento puro di montagna che sembrava accarezzare i nostri visi rivolti verso l’alto. Avrei voluto così tanto vedere le stelle, soprattutto le stelle cadenti. Possiedono un fascino ineffabile di fronte a cui nessuno può essere indifferente; penso che sia per questo che si ripongano in esse i propri desideri.
Desideri… Dicono che i primi a desiderare siano stati degli antichi sacerdoti romani, o forse etruschi? Non ricordo… O meglio, sono stati i primi a usare la parola “desiderium”. Loro sì che comprenderebbero cosa significa restare “de” – “sidera”, senza stelle…»
Il giovane ragazzo aveva ragione: ciò che lui provava in quel momento lo rendeva misteriosamente vicino al vecchio sacerdote di cui si parla nel primo racconto, proprio uno di quei sacerdoti che coniarono il termine “desiderio”. Curioso il fatto che un sentimento così grande e così radicato nell’uomo sia stato definito con una parola che nasce dal termine “stella”, una delle cose più lontane e misteriose in assoluto. È un caso che, a distanza di migliaia di anni, si utilizzi proprio questa parola per indicare questo specifico concetto?
Gli antichi romani avrebbero potuto utilizzare, come spesso accade, un termine greco con significato analogo, per esempio “ἐπιθυμία” (epithumía) (letteralmente, “ciò verso cui rivolgo in mio animo”); eppure, è sopravvissuta solo la parola “desiderium”. Per quale motivo? Forse la risposta sta nelle cose più semplici; come, per esempio, nell’inizio di ogni giornata: la sveglia. Sembra un gesto così apparentemente banale, ma in fondo… Per quale motivo ciascuno di noi si alza dal letto ogni mattina? Ovviamente esistono migliaia di risposte a questa domanda: “mi alzo perché suona la sveglia”, “mi alzo perché ho un dovere”, “mi sveglio perché non vedo l’ora di incontrare quella persona”, “mi sveglio perché un giorno voglio diventare…”. Se dovessimo cercare delle motivazioni più profonde, queste sarebbero l’amore, il dovere, la volontà oppure semplicemente la curiosità: “mi alzo perché chissà cosa può portare il domani”. Ma tutte queste parole non sono altro che il manifestarsi di un bisogno, un unico grande bisogno fondamentale: ciò che muove l’uomo è una sorta di incessante ricerca, il tentativo di colmare una certa mancanza, la mancanza di… La mancanza di cosa?
La risposta non può che essere una: la mancanza di una “stella”. Ecco cosa significa veramente il desiderio! La misteriosa stella, contenuta nella parola, non rappresenta solamente un corpo celeste, ma ciascuno di noi può darle qualsiasi forma, la forma della mancanza che sta inseguendo. Solamente due cose accomunano i desideri di tutti: a qualunque “stella” si pensi, questa sarà sempre lontana e brillante. Qualcuno potrebbe obiettare che il paragone tra ciò che cerchiamo e le stelle non sia molto incoraggiante, perché queste sono talmente lontane da risultare irraggiungibili. Tuttavia, può darsi che il nostro destino sia solamente ricercarle, di ammirarle, piuttosto che afferrarle; inoltre, la lontananza non è mai stata una giustificazione per fermarsi. Quanti uomini si sono messi in viaggio per inseguire i desideri più impossibili?
Una figura emblematica, in questo senso, è Ulisse, l’eroe dell’omerica Odissea. Il suo desiderio è costituito da una “torsione” verso la sua isola originaria Itaca: ciò che lui vede come un “paradiso perduto”. L’eroe compie un viaggio tormentato e pieno di insidie e affronta centinaia di imprese, sempre con lo stesso obiettivo di riacquisire tutto ciò che la guerra gli aveva sottratto.
Un altro personaggio simbolico si ritrova in Abramo, capostipite delle religioni ebraica, cristiana e islamica. Proprio quando egli perde la retta via, quando sembra che per lui non ci sia più nulla di buono in questo mondo, Dio gli viene incontro e gli fa una promessa: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza». Abramo, accettando queste parole di Dio, le rende il proprio desiderio: così si mette in viaggio, abbandona la sua terra d’origine e si incammina verso un paese sconosciuto. Abramo ha come meta un futuro ignoto, non un’origine beata, e il suo viaggio rappresenta un movimento senza ritorno. La differenza col primo esempio è evidente: se il desiderio di Ulisse si può chiamare nostalgia, cioè dolore (algia) per il ritorno (nostos), ciò che sostiene Abramo non è il ricordo dell’origine, ma una vocazione, una promessa a cui egli crede e di cui si fida, a suo rischio e pericolo.
«Voi che sognatori siete?» disse il ragazzo, tornato bruscamente alla realtà, riemergendo dal mare delle sue riflessioni. La sua voce sembrava un boato assordante in quel silenzio, attenuato solamente dal vento notturno. Allora gli amici si dimenticarono della delusione del cielo coperto e della fatica, e cominciarono a viaggiare con la fantasia.
E tu, che sognatore sei?
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