
Pregare con la vita
«Non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro».
Questo pensiero di don Bosco riassume molto bene il tema centrale della catechesi di giovedì 12 marzo: l’idea che la professione, e la vita intera, per un cristiano possano diventare una forma di preghiera. La vera sfida è quindi portare la fede in tutte le dimensioni della nostra esistenza.
Da questo punto di vista, la storia della nostra ospite, Chiara Furia, è un bellissimo esempio, dal quale possiamo imparare come coltivare davvero la Parola di Dio nella nostra quotidianità per farle dare frutto per noi e per gli altri sotto forma di gioia, speranza e amore.
La fede negli studi
Chiara ha frequentato il liceo classico a Milano, che ha scelto perché, fin da bambina, aveva il sogno di diventare medico. Nella vita, però, si cresce e si cambia, anche grazie alle parole di chi incontriamo. Una frase detta quasi per caso da un amico ha fatto emergere una verità che forse Chiara non aveva il coraggio di riconoscere. L’amico le aveva detto: «Tu in fondo vuoi diventare medico solo perché vuoi aiutare gli altri, ma della biologia e della chimica proprio non ti importa». Il desiderio di Chiara era quello di fare del bene, ma la medicina non era la strada giusta per lei.
Questo è stato il primo di tanti momenti nei quali Chiara ha messo in discussione i suoi sogni e desideri. Così ha deciso di dare seguito al vero sogno che era riuscita a scoprire dentro di sé, quello di insegnare, e per questo ha studiato lettere antiche.
La sua formazione non si è però limitata a questo: sono stati anche anni intensi dal punto di vista spirituale. In particolare, durante le scuole superiori ha frequentato l’Azione Cattolica Studenti e poi, negli anni dell’università, la FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Quest’ultima esperienza è stata la più significativa, perché ha comportato un percorso di fede, di studio e di settimane teologiche insieme a studenti di tutte le università milanesi.
Una volta terminati gli studi, si è però presto scontrata con un lavoro troppo precario per lei: riusciva a insegnare soltanto quaranta giorni in un anno. Come approfondiremo più avanti, a questo punto ha scelto di entrare nell’azienda di famiglia. Dopo dieci anni di lavoro, si è però accorta che aveva ancora quella voglia di essere un’educatrice, che però non riusciva a realizzare in quel contesto. Allora ha trovato il coraggio di tornare a studiare per conseguire una specializzazione per diventare professoressa. Sono stati due anni di sacrificio: alla mattina proseguiva con il suo lavoro in azienda, poi al pomeriggio andava in università per frequentare i corsi (anche di sabato) e la domenica studiava per preparare gli esami. Alla fine, però, è riuscita a realizzare il suo sogno ed è diventata insegnante di ruolo.
La fede nelle relazioni
I genitori di Chiara non le hanno trasmesso solo la loro passione per il lavoro, ma anche l’importanza di essere una famiglia aperta agli altri. Spesso accoglievano famiglie in difficoltà o semplicemente i ragazzi dell’oratorio. Questa apertura ha portato Chiara e suo marito, che per lei è uno dei testimoni più grandi dell’amore di Dio, a compiere una scelta coraggiosa: accogliere una bambina in affido, proveniente da una comunità-alloggio che Chiara aveva frequentato per qualche anno quando non era ancora sposata.
Il periodo della sua vita da single è stato un altro momento nel quale si è manifestata la sua grande fiducia in Dio. Pur desiderando una relazione, ha imparato a vivere la solitudine come un’occasione.
Guardandosi indietro, afferma di dover ringraziare Dio ancora oggi per non aver ceduto alla tentazione di accontentarsi del fidanzato che poteva avere, perché non sarebbe stata felice come lo è ora. Mentre le amiche si fidanzavano, si sposavano, e alcune di loro avevano figli, Chiara era sola, ma diceva a se stessa: «Se questa è la mia vocazione, il signore me lo farà trovare».
Infatti, poi la persona giusta è arrivata: suo marito Fausto. Quando si sono incontrati però avevano un’età in cui avere figli biologici era difficile. Pur desiderando una famiglia numerosa, Chiara e suo marito si sono chiesti se la loro vocazione non fosse un’altra, e così hanno deciso di prendere in affido una bambina di nove anni. Questa scelta ha richiesto molto coraggio, quello di crescere una figlia che altri hanno generato, ma soprattutto una figlia che arriva dopo dei traumi, con una storia che non ti immagini possa esistere finché non te la porti in casa. Nonostante le difficoltà, Chiara e suo marito hanno capito di aver restituito un po’ di giustizia al mondo, pieno di ingiustizie nei confronti dei bambini.
«Davanti al Padre Eterno – confida Chiara – avrò magari le mani vuote di tutto il resto, ma so che saranno piene dell’amore per nostra figlia, quell’amore che il Signore ha moltiplicato».
Non è stato un percorso facile, infatti sono stati affiancati da psicologi che li hanno aiutati a gestire i momenti di sofferenza.
Così, dice Chiara, ci siamo caricati della croce, e questa è stata la strada giusta, che ha portato a una resurrezione.
Ora la figlia studia scienze dell’educazione all’università e da sempre ripete che quando crescerà, anche in casa sua ci sarà posto per un bambino che come lei, avrà bisogno di una famiglia.
L’esperienza di Chiara e di suo marito è peculiare anche perché, a differenza di quello che accade nell’adozione, un bambino che viene affidato a una nuova famiglia conserva un legame con i propri genitori di origine.
Allora si diventa genitori di cuore, ma bisogna avere la capacità di riconoscere che ci sono anche altri genitori che vogliono bene al bambino che ci è stato affidato. Il compimento dell’affido è che entrambe le famiglie diventino una cosa sola. Una curiosità interessante è che l’affido può essere scelto anche da chi non si sposa e resta single.
Un altro modo con il quale, nella vita di Chiara, le relazioni diventano preghiera ha a che fare con il tempo che si sceglie di dedicare all’altro. Racconta che in azienda spesso ha mille cose da controllare e colleghi che la cercano in continuazione, ma a un certo punto, arriva un messaggio da un amico prete o da un’amica suora e si dice: «Non ce la posso fare!». Poi però, ripensa a una preghiera di Madre Teresa che diceva: «Quando non ho tempo per me, fa’ che lo trovi per gli altri», e allora lascia un attimo il lavoro e risponde a quegli amici.
La fede nel lavoro
Come accennato, conseguita la laurea, Chiara ha subito tentato di concretizzare il suo sogno di insegnare, ma ha presto realizzato che quel lavoro non sarebbe arrivato con la continuità che desiderava. Così la sua vita ha preso un’altra grande svolta quando ha deciso di entrare in azienda, la Furia Cuscini, l’impresa fondata dai suoi genitori che produce divani, all’inizio per la Brianza e oggi per il mondo intero.
Anche questa è stata una scelta che ha richiesto coraggio e che Chiara considera un dono di Dio. All’epoca l’azienda era molto più piccola di adesso: aveva 50 dipendenti, mentre ora ne ha circa 200. Allora però questa evoluzione da piccola impresa familiare a grande società strutturata non era ancora avvenuta, e Chiara ha dovuto costruire da sé il suo ruolo, portando la sua specificità.
Pur non avendo studiato economia, finanza o molte lingue, ha imparato la precisione nelle cose, la cura nei dettagli e la capacità di riuscire a comunicare qualcosa in più sul mondo e sulla vita oltre al prodotto da vendere ai clienti stranieri con i quali entrava in contatto. Anche in questo Chiara vede il disegno della Provvidenza, che – dice – ci precede sempre: i suoi fratelli erano entrati in azienda subito dopo gli studi superiori, mentre lei non aveva il desiderio di farlo. Tuttavia, è poi accaduto, ed è stato importante perché è stata forse l’ultima grande soddisfazione di suo padre, venuto a mancare quando Chiara aveva 27 anni.
Dopo quasi trent’anni di azienda e venti di scuola, Chiara si è accorta che in quel modo non riusciva a vivere una vita in cui ci fossero anche dei momenti per fermarsi, pregare, pensare e capire dove stava andando. Allora da un anno ha rinunciato a malincuore alla scuola perché nel frattempo in azienda le sue responsabilità sono diventate troppo importanti.
Si è anche interrogata sul ruolo del lavoro nella sua vita dopo essersi accorta che molte volte, conclusa la giornata in azienda, non ha tempo per fare molto altro. Un giorno però si è imbattuta per caso nella citazione di don Bosco con cui abbiamo iniziato, grazie a un libretto che le ha dato suo marito. Quel momento di iniziale sconforto si è quindi trasformato in ringraziamento al Signore, perché ha capito il senso di tutto questo lavoro: non importa se dopo resta poco tempo per la preghiera, perché il lavoro è in se stesso preghiera.
Il mondo dell’impresa sembra però avere logiche troppo distanti dai valori del Vangelo. Come si può quindi vivere la Parola di Dio in un’azienda? Anche qui Chiara si è resa conto di essere stata avvantaggiata dagli insegnamenti dei suoi genitori. Hanno fondato un’impresa che fin dall’inizio è stata attenta ai bisogni del territorio e della gente. Perciò, per lei questo interrogativo non è mai stato un problema.
Grazie ai suoi studi umanistici, Chiara si occupa di selezione e formazione del personale, della sicurezza e della certificazione di qualità.
A questo proposito Chiara ci indica una serie di regole molto precise che definiscono cosa significhi essere un’imprenditrice cristiana, ma prima ancora, una persona onesta e accogliente. Primo, quando si assume una persona, bisogna assicurarsi che abbia uno stipendio adeguato a quello che fa. Secondo, bisogna pagare tutto il lavoro che uno fa, e nelle assunzioni, la precedenza va a chi ha più bisogno.
Infine, garantire flessibilità negli orari (per esempio, offrire la possibilità a chi ha figli di iniziare a lavorare alle 7:30 per poter tornare a casa alle 16:30 e stare con loro). Naturalmente questo modo di fare impresa implica occuparsi anche di quando le regole vengono infrante: di fronte a una violazione del codice etico, ad esempio, bisogna imparare a far capire il proprio errore a chi ha sbagliato, e avere il coraggio e la forza di applicare una sanzione anche quando non è facile.
Un’altra componente fondamentale è l’apertura al territorio, ad esempio integrando persone con disabilità e investendo la ricchezza prodotta dall’impresa sia nel sostegno alla comunità, sia nella creazione di nuovi impianti che permettano di dare lavoro o consentano ai propri clienti e partner di esprimere la loro creatività costruendo nuovi prototipi.
«I profitti che mi piacciono di più – ammette Chiara – sono quelli che vanno a chi non ha niente, a chi è tra i più poveri dei poveri. Dico sempre che ogni volta che si fa il bonifico per aiutare qualcuno, è un gettone d’oro che guadagniamo noi, non loro».
È giusto parlare anche di soldi, perché sono ciò che permette di vivere e di fare la carità agli altri. Gesù ci esorta ad accumulare tesori nel cielo, tesori che sono l’amore che possiamo dare ogni giorno, ed è questo che resta in eterno, ma la nostra vita passa anche attraverso cose molto concrete. Allora non dobbiamo avere paura di entrare nelle aziende e avere a che fare con le ricchezze, con i soldi, perché è grazie ad essi e alle aziende che funzionano che tante persone bisognose hanno trovato un lavoro e hanno una vita serena.
I soldi, se usati bene, sono vita dignitosa per noi e anche per gli altri.
Un piccolo consiglio che Chiara ci dà a questo proposito, che a sua volta ha imparato dal suo Don quando era giovane, è di destinare sempre il 10% ai poveri quando ci si concede una festa o una vacanza. Chiara conclude dicendo che la ricchezza non è un male: può essere un bene quando è condivisa e diventa aiuto per tutti.
Allo stesso tempo, Chiara ha imparato da Madre Teresa a riconoscere le cose che non servono e che quindi è giusto donare a chi ne ha più bisogno, perché per noi sono di troppo. Molte persone, ad esempio, devono arredare una nuova casa, ma non hanno le risorse per farlo. Allora l’impresa cerca qualcuno che potrà usare tutti quei divani e altri pezzi avanzati, «che non sono nostri», afferma Chiara.
Un ultimo aspetto dove la fede viene vissuta quotidianamente nell’impresa di Chiara e della sua famiglia è quello della preghiera sul luogo di lavoro. Non solo i sacerdoti vengono accolti, ma i titolari si accordano con loro per portare la benedizione in ogni reparto in occasione delle festività. È una festa: si prega di fianco ai macchinari, al tavolo del tappezziere, di fronte alle scrivanie degli uffici. Naturalmente pregare non è un obbligo: ci sono dipendenti di altre religioni che, anche se non pregano, restano ad ascoltare, e questo è bello, perché si crea un vero clima di fraternità.
Chiara sintetizza così la sua esperienza:
«Il Signore mi ha portato dove sapeva: l’azienda, dove ho potuto aiutare tanta gente; mi ha portato nella scuola e ha colmato il mio desiderio di educare e stare con i giovani, ha realizzato i desideri del mio cuore, anche quando non coincidevano con i miei».
Tutto questo anche grazie a svolte di vita che non aveva progettato. All’inizio forse non pensava che coincidessero con quello che aveva nel cuore, ma con il tempo ha riconosciuto che Dio la stava conducendo proprio dove era giusto che fosse, perché lì trovava la possibilità di donarsi e quindi la gioia. In questa riflessione troviamo quanto siano vere le parole di Papa Leone a Tor Vergata: «Il dono della vita è la via per realizzare la nostra persona».
Grazie per aver letto questo articolo, ci piacerebbe sapere cosa ne pensi: quali messaggi o parole ti hanno colpito di più? Lascia il tuo commento qui sotto e contribuisci anche tu a questo progetto! Se vuoi sapere qualcosa in più su di noi Clicca Qui.
