
Parola, ripartire dall’etimologia
Il terzo articolo sul concetto della Parola. Il secondo è “Parola, riflesso di un limite”; il primo è “Parola, specchio dell’unicità”.
Attraverso questa serie di articoli, il nostro intento è quello di sviscerare come le parole possano essere al contempo il più utile strumento comunicativo tra gli uomini, ma anche un grande limite legato all’interpretazione soggettiva o all’incomunicabilità di un concetto, e quindi alla necessità di riscoprirne una definizione comune e condivisa.
Nell’ultimo articolo su questa piccola serie sulla parola ci siamo lasciati con un problema aperto: le parole sembrano avere un significato mutevole, interpretabile dal singolo, e quindi si può incorrere nel rischio dell’incomunicabilità. Proviamo ora a gettare un ultimo po’ di luce su questo tema.
“Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore.”(Codice Civile, disposizioni sulla legge in generale, art.12 comma 1).
Nell’introduzione del codice civile si afferma chiaramente un principio: il senso di una frase (che sia una norma di legge o meno) non può prescindere dal significato delle parole in essa contenute.
Uscendo dall’ambito giuridico ed entrando nella nostra quotidianità, quante sono le parole che ripetute in contesti variegati e lontani, assumono un significato del tutto diverso? Pensiamo ad esempio alla parola “campo”: ad alcuni di voi sarà venuto in mente un luogo sportivo (e anche lì, da calcio, da tennis, da pallavolo…), ad altri un terreno coltivato e così via. Altro esempio che può essere fatto è quello della “pianta”: può sia significare “essere vegetale”, sia può essere usata come sinonimo di “mappa”.
La ricchezza di una lingua risiede anche nella sua capacità di sfumare i significati, di adattarsi al contesto. Scegliere la “parola giusta al momento giusto” è un’arte sottile. Un sinonimo può avere connotazioni diverse, evocare immagini differenti, trasmettere un tono specifico. Pensiamo alla differenza tra dire che una persona è “testarda” o “determinata”: entrambe le parole possono descrivere una certa tenacia, ma la prima ha una sfumatura negativa, la seconda positiva.
La flessibilità linguistica richiede una grande attenzione al significato oggettivo delle parole, che supera il limite della nostra considerazione personale. Se ognuno attribuisce un significato individuale alle parole, verrebbe meno ogni forma di comunicazione.
Ogni parola, certo, ha un suo margine di interpretabilità che può essere più piccolo o più grande: parole provenienti da linguaggi tecnici non hanno quasi nessun margine di interpretabilità (puleggia, aorta, innesto: sono parole del linguaggio tecnico della meccanica, della medicina e dell’agronomia; andate voi a cercare cosa significano); altre parole, soprattutto quelle che indicano idee astratte, hanno chiaramente dei più ampi margini di interpretazione (rispetto, gloria, umiltà, …). Sta ad ognuno di noi poi decidere come adoperarle nel modo più corretto, tenendo conto che sì, una variabilità nell’interpretazione del significato può esistere, ma ha un costo in termini di comunicazione, che può essere anche non indifferente: se due persone si pretendono reciprocamente rispetto, ma il rispetto per loro ha due significati pratici diversi, basterà poco perché una delle due compia qualche azione che magari lei non reputa lesiva del rispetto dovuto, ma l’altra sì, e la conseguenza è che una delle due sarà ferita, anche se l’altra non ha mai avuto cattive intenzioni.
L’interpretabilità della parola sembra quindi lasciarci senza via di scampo, ma forse una via esiste: si tratta di ricostruire il significato originale della parola, tramite quel potente strumento che è l’etimologia: spesso infatti, anche se non ce ne rendiamo conto, nella parola stessa si trovano gli strumenti per analizzare i più sottili meandri del significato di una parola. Prendiamo un esempio concreto: proprio la parola “rispetto” (dal Latino “re+spicio”, ossia guardare vicendevolmente” ha intrinseca in sé una dimensione di bilateralità: si porta rispetto solo se lo si pretende anche dall’altra persona. Quindi, solo quando abbiamo compreso a fondo il significato autentico delle parole che usiamo, grazie alla ricerca etimologica, possiamo costruire un linguaggio che sia davvero espressione del nostro pensiero, orientato alla consapevolezza nella comunicazione e alla ricerca della verità.
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