Intervista

OCCHI DI FEDE

,

INTERVISTA A SUOR CHIARA

Per la IV domenica di Quaresima ci siamo ispirati al famoso episodio del cieco nato: Gesù con due dei suoi discepoli videro un uomo cieco dalla nascita. Il Figlio del Signore sputò per terra, fece del fango con la saliva e lo spalmò sugli occhi dell’cieco. Costui riprese a vedere. 

Questa intervista è dedicata ad una figura di chiesa che incarna la spiritualità e il servizio altruistico, ovvero una suora. Abbiamo avuto l’onore di intervistare Suor Chiara, che tra i vari impegni guida e coordina il gruppo giovani di Sant’Edoardo. È una figura religiosa che si discosta dalla tradizionale idea di suora e che attraverso la sua esperienza ci ha spiegato come vive la sua fede con passione e dedizione.

Qual è stato il primo grande segnale che ti ha portato ad aprire gli occhi? A scegliere la vita di chiesa?

“Ho iniziato a vivere la Cristianità nel mio oratorio dove ho trovato amicizie diverse molto più profonde di quelle che avevo incontrato a scuola o in altri ambienti e questa cosa mi ha molto interrogata. Mi chiedevo perché questa gente mi accogliesse così e mi volesse così bene e non sapevo che si potesse andare così tanto in profondità nelle relazioni. Queste, sono state le prime cose che mi hanno fatto dire <<credere in Gesù significa vivere con una profondità diversa>> e mi ha permesso di approcciarmi al quotidiano con occhi differenti, ricercando qualcosa di molto più profondo e autentico...

Per la vocazione ho ricevuto un segnale più o meno simile in realtà, la primissima volta che ho incontrato delle donne consacrate avevo 12 anni ed era il giorno dopo in cui mio cugino era diventato prete. Ci aveva portati (me e la mia famiglia) in un monastero di clausura in Svizzera perché lì c’era una sua amica con la quale desiderava festeggiare. Ho incontrato queste monache giovani e felicissime, e lì ho visto una felicità nuova, accanto a me non avevo persone così felici. Quindi questa cosa mi ha fatto fare una equazione molto semplice da bambina: loro sono felici, io voglio essere felice, allora vengo qua“.

Pensi che aprire gli occhi sia qualcosa di innato o che possa essere acquisito?

“Se qualcuno ce l’ha in maniera innata, beato lui. Secondo me, si può imparare, ma non da soli. Per me, aprire gli occhi significa conoscere e conoscermi con verità. Questa cosa qui da soli è troppo difficile, non si ha il coraggio di farlo. Facendolo da soli, si rischia di vedere solo le nostre ombre e soccombere ad esse. Invece, se qualcuno ci accompagna e ci fa sentire amati, abbiamo il coraggio di aprire gli occhi.”

Com’è cambiato nel tempo il tuo occhio verso i segnali di fede?

“Più che cambiato direi che è cresciuto, se dovessi immaginarlo sarebbe come una linea molto frastagliata perché ci sono momenti della vita in cui era un pochino più attento, più vigile, e altri in cui era un pochino più rilassato e quindi non così pronto a captare bene i segnali di fede...

…La tentazione iniziale, quando inizi un cammino di fede, è quella di mettere Dio in tutte le cose e questa è un’illusione perché guardi la realtà ricercando simboli ovunque e non riesci veramente a distinguere ciò che è un Suo segnale da ciò che non lo è. Il passaggio, invece, è l’opposto, cioè non sono io che devo mettere Dio nella realtà, ma è Dio che è già nella realtà, è già presente e a me sta individuarlo. Riconoscere Dio nella realtà e riconoscere i segnali che Lui mette nel mio cammino è un richiamo all’andare più in profondità, cioè a fare più silenzio dentro, a mettermi in ascolto delle cose, a non reagire in maniera impulsiva e a rispettare anche i miei tempi. Ad esempio, se capita una cosa bella o brutta e mi chiedo <<dov’è Dio in questa cosa qua?>> dovrei prima darmi il tempo di rielaborare cos’è appena successo e dire <<ok, questo evento, cosa mi dice? come posso amare meglio?>>. L’esito di questa riflessione è un segnale della presenza di Dio nella mia vita. Se guardo con onestà la realtà tutto non si può fermare al mio punto di vista ed al mio modo di vedere le cose, non si può fermare nei miei talenti e nelle mie fragilità. Sicuramente c’è un di più e sicuramente c’è un Dio che mi parla dentro alle cose che mi capitano, ma non soltanto perché credo, ma perché faccio spazio in silenzio per riconoscerLo: così che Lui possa raggiungermi“.

Vi è mai un momento in cui gli occhi si chiudono? Se sì, che sforzi fai per tornare a vedere?

“Sì, ci sono momenti di buio, ci sono stati e sicuramente ci saranno. Ed è proprio questo che rende autentica la relazione con Dio. È normale che a volte non si capisca quello che accade e quello che Dio ci vuole dire, ma non si affrontano questi momenti da soli. Come dice la Bibbia: <<Non è bene che l’uomo sia solo>>. Bisogna chiedere aiuto, in questi momenti è necessaria un’altra luce che illumini il buio. Ogni volta che c’è un buio, so che non è a caso e che non è solo per me. Superare questi momenti aiuta me e quelli che mi sono affidati. Posso non sapere la strada, ma so la meta. Sicuramente non bisogna allontanarsi dai punti fissi della fede, ovvero ascoltare la parola di Dio e i sacramenti.”

Secondo te, basterebbe “aprire gli occhi” per vedere i segnali? Per avere un’esperienza di fede più ricca?

“No! Serve qualcuno che ti dica:<<guarda che tu puoi aprire gli occhi, non aver paura di farlo perché qualsiasi cosa ci sia da vedere non è spaventosa e ci sono io che la guardo con te>>. Penso che ci sia una cosa che fa emergere il cristianesimo ed è il modo di vivere le relazioni, un nuovo modo di viverle, perché se ci pensate quello che dice Gesù è un nuovo modo di amare: “amatevi come io ho amato voi”. Questo è il Suo comandamento e deve permeare ogni dimensione. Io da me non posso dirmi <<apri gli occhi e vedi>> questa cosa non può accadere, ho bisogno di una guida, un compagno che mi dica che posso farlo; in particolare, che mi dica che ho degli occhi, che mi dica che i miei occhi vanno bene e che quindi tutto quello che vedo è accettabile, può essere accolto e che, infine, mi indichi una direzione in cui guardare. Penso che, se il cristianesimo ha qualcosa da offrire è uno stile rinnovato di vivere le relazioni ed a partire da questo, tutto è possibile.”

Facendo riferimento all’episodio del cieco nato che nasce nell’oscurità e attraverso l’atto di fede in Dio torna a vedere, quanto è importante essere aiutati e diffondere l’aiuto che riceviamo?

“Noi diventiamo sicuramente dei moltiplicatori. Io so che, mentre aiuto te, potenzialmente sto aiutando tutti coloro che incontrerai. Non possiamo sapere l’importanza dei nostri atti. Una cosa fondamentale è che il cieco diventa annunciatore a partire dalla sua più grande debolezza. Ciò che di noi fa testimoni sono le debolezze risanate. Tante volte ci perdiamo nella vita perché cerchiamo di scoprire quello che siamo e per cosa siamo fatti a partire dai nostri punti di forza. In realtà, la parte ricca di noi è esattamente quella che oggi appare la peggiore: le nostre debolezze, fragilità e sofferenze.”

Infine… che consiglio daresti ad un giovane d’oggi?

“Di non lasciarsi ingannare. Penso che il pericolo più grande oggi sia che ci venga venduta tanta finta libertà. Ci fanno credere che ci siamo liberati dalla morale, ma in realtà ci siamo semplicemente assoggettati ad un’altra. Per esempio, se fino a cinquant’anni fa era peccato che una ragazza rimanesse incinta prima del matrimonio, oggi sei una sfigata se arrivi vergine al matrimonio. Ma non è vero che sei più libera, sei semplicemente soggetta ad un’altra morale. Bisogna aprire gli occhi per non lasciarci ingannare da questa finta libertà.”

Grazie SuorC !

Questo articolo, della rubrica “Le Penne di Stoà”, idea nata da giovani per i giovani, vuole essere un’occasione e un invito per venire a conoscere Stoà e tutti coloro che la frequentano tenendo a mente che i giovani hanno la responsabilità di alimentare e costruire la comunità pastorale per loro stessi e per i giovani del futuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Eventi in programma