Argomentativo

NELLA PIETÀ CHE NON CEDE AL RANCORE

“…

Ma adesso che viene la sera ed il buio

Mi toglie il dolore dagli occhi

E scivola il sole al di là delle dune

A violentare altre notti

Io nel vedere quest’uomo che muore

Madre, io provo dolore

Nella pietà che non cede al rancore

Madre, ho imparato l’amore.”

Su questi versi termina la canzone di Fabrizio De André, al secolo Faber, dal titolo: “Il testamento di Tito”.

(Se puoi, prima di continuare l’articolo, ti invito ad ascoltare il brano, cliccando qui)

La canzone, mi è ritornata alla memoria ascoltando la prima lettura di questa seconda domenica di quaresima, Il Decalogo (Deuteronomio 5, 1-2. 6-21), che vede impegnato Mosè a comunicare al popolo di Israele le tavole della legge da rispettare nella vita mortale.

Nell’interpretazione di De André, Tito, uno dei due ladroni crocifissi con Gesù, si confessa enunciando il proprio testamento spirituale. Ripercorre la vita e i peccati attraverso i Dieci comandamenti che lo hanno condotto all’incontro con quest’uomo misterioso, che promette Misericordia; perdono invece di condanna, vita al posto della morte.

Il messaggio che lancia Cristo è rivoluzionario, inaspettato…ma come perdono? Amore?

Avere pietà di qualcuno, potrebbe suonare come un delirio di onnipotenza. Infatti, a “livello” terreno questo atto potrebbe essere corrotto da un rancore necessario, o da un eccesso di benevolenza per sentirci superiori, quindi da una convenienza più grande, come direbbe Hobbes: “Homo homini lupus”.

La misericordia di Dio invece è qualcosa di puro, dirompente, illogico. Stravolge la ragione, la eleva, ci lascia stupiti alla ricerca di un secondo fine che non esiste.

Nella nostra esistenza, è nelle ore più oscure, nei momenti di difficoltà, quando siamo schiacciati dal peso del fallimento e del dolore che facciamo testimonianza in prima persona di questo amore “irrazionale” e quando lo sperimentiamo non possiamo che rimanerne toccati e goderne.

È in questo messaggio che intuiamo come la gabbia delle regole, della società, in realtà non abbia un significato assoluto, che per amare non bisogna necessariamente o unicamente osservare i Dieci comandamenti, proprio perché ognuno di essi può facilmente essere confutato, criticato ed interpretato in modo soggettivo.

Per perdonare, amare, bisogna non rimanere indifferenti, non volgere lo sguardo da un’altra parte di fronte al dolore degli altri uomini e non lasciare che il rancore vinca la pietà, perché è essa che, pur così lontana, ci rende umani.

Ecco allora che: …”nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore”.

Questo articolo, della rubrica “Le Penne di Stoà”, idea nata da giovani per i giovani, vuole essere un’occasione e un invito per venire a conoscere Stoà e tutti coloro che la frequentano tenendo a mente che i giovani hanno la responsabilità di alimentare e costruire la comunità pastorale per loro stessi e per i giovani del futuro.

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