Argomentativo

La speranza nel perdono

Fino a che punto può spingersi il perdono? Qual è il confine fra perdonare e rinnegarsi?
Il 4 agosto 2009 la vita di Lucia Di Mauro Montanino si spezza. Suo marito Gaetano, guardia giurata, viene ucciso durante il servizio perché non vuole consegnare la pistola agli aggressori. Una morte improvvisa, brutale, che lascia Lucia e la famiglia dentro un dolore muto.
Passano gli anni e Lucia vive la lontananza, la solitudine, la fatica di rialzarsi. Poi, durante una commemorazione, accade qualcosa che non aveva programmato: vede per la prima volta uno degli aggressori. Si chiama Antonio, un ragazzo che aveva solo diciassette anni la notte dell’accaduto. Ora è magro, piccolo, travolto da un pianto disperato.
Lucia aveva pensato più volte di incontrarlo. Quando lo vede lì davanti il corpo decide prima della testa: gli va incontro e lo abbraccia. È un gesto che non cancella il male, non guarisce all’istante tutte le ferite ma apre una possibilità nuova: di riscatto per lui e di riconciliazione per lei.
Oggi Antonio considera Lucia come una madre e i suoi figli la chiamano nonna. È la storia di una donna che ha scelto di non restare solo vittima e di non cedere al rancore, ma di trasformare il dolore in impegno. Assistente sociale, Lucia conosce bene le ferite dei ragazzi cresciuti in famiglie disfunzionali e in quartieri difficili. Sa che troppo spesso vengono lasciati soli e che a volte le conseguenze sono tragiche, per questo invece di fermarsi a dire “non si fa abbastanza” ha deciso di agire, ha scelto di essere parte del cambiamento.
Durante il Giubileo della Consolazione Lucia ha portato la sua testimonianza a un’ampia platea e al cospetto del Papa, mostrando che il dolore elaborato e affrontato può generare nuova speranza. La fede l’ha aiutata a elaborare il lutto e ad andare avanti anche quando sembrava impossibile farlo.

La domanda adesso torna a noi: fino a che punto può spingersi il perdono, senza farci perdere noi stessi? Non esiste una risposta uguale per tutti. Il cammino è profondamente personale e richiede un lavoro di introspezione, tempo, e spesso un accompagnamento: qualcuno che ci aiuti a non restare soli dentro le nostre ferite.
Una cosa però possiamo dirla con chiarezza: perdonare non significa per forza rimanere. Ci sono situazioni in cui l’allontanamento è necessario per tornare a vivere. Pensiamo, ad esempio, a una donna che subisce abusi in casa. Il perdono, in questi casi, può essere vero e liberante anche a distanza: non vuol dire negare il male, ma scegliere di non lasciare che quel male definisca per sempre la nostra vita.
A volte il primo passo può essere minuscolo, quasi impercettibile: una preghiera sussurrata per chi ci ha ferito, ad esempio. Letta così può sembrare un gesto piccolo, ma in realtà racchiude l’inizio di una rivoluzione.
L’uomo, istintivamente, non tende al perdono: la legge antica parlava di “occhio per occhio, dente per dente”. Riuscire a perdonare è forse il segno di una maturità dell’anima, una postura interiore che si costruisce scegliendo, ogni volta, la vita invece del rancore.

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Autori

  • Mi chiamo Gaia e studio comunicazione, media e pubblicità all’università IULM di Milano.
    Da sempre ho la passione per la lettura e la scrittura ma anche per la musica: da piccola mi piaceva inventare canzoni e scrivere storie per esprimere quello che a voce non riuscivo a dire.

  • Ciao! Sono Giulia, ho 23 anni e sto per laurearmi in Economia, ma la mia grande passione è l’arte in tutte le sue sfaccettature. Mi piace essere creativa e lasciarmi ispirare dalla lettura.
    Nuoto da sempre e amo il mare; in generale mi ricarico stando a contatto con la natura.

Gaia Delrio

Mi chiamo Gaia e studio comunicazione, media e pubblicità all’università IULM di Milano. Da sempre ho la passione per la lettura e la scrittura ma anche per la musica: da piccola mi piaceva inventare canzoni e scrivere storie per esprimere quello che a voce non riuscivo a dire.

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