Argomentativo

“LA PREGHIERA È VICINANZA E NON PAROLE VUOTE…”

Nel cammino di fede di ciascuno, la preghiera personale rappresenta un momento prezioso per riflettere su noi stessi, sulle nostre scelte e sulle esperienze vissute, sia positive che negative. Tuttavia, a volte ci troviamo a ripetere le orazioni come un disco rotto e ci sembra quasi di perderci in parole vuote.

La preghiera ha una sua mutazione ed evoluzione nella vita cristiana, quando siamo piccoli iniziamo a pregare, recitando a memoria le preghiere che i genitori o i catechisti ci hanno insegnato, ma man mano che cresciamo ci rendiamo conto che questo non ci basta più e iniziamo ad interrogarci su come davvero possiamo entrare in relazione “parlare” e confrontarci con Dio, ma non sempre è facile.

Proviamo a trovare anche metodi alternativi, recitando il rosario, dicendo le lodi, la compieta, ma anche lì a volte riconosciamo di non pregare come dovremmo o come sentiamo che potremmo fare.

Probabilmente sperimentiamo anche la preghiera non solo nell’atto recitativo, ma in alcuni momenti di stupore che ci riempiono il cuore, immersi nella natura, difronte ad un paesaggio, un tramonto o circondati dalle persona giuste che ci fanno stare bene, in cui ci rendiamo conto che forse per tutta questa bellezza e gioia bisogna ringraziare Qualcuno. Anche in quei momenti però realizziamo che non possiamo sempre sperimentare ogni giorno quello stato d’animo.

Viceversa, anche nel dolore per la scoperta di una malattia grave che ha colpito una persona cara, un lutto di un parente, la tristezza per uno scontro, un litigio, ci mette nella situazione di ricercare una risposta alle mille domande che ci teniamo dentro.

Allora, ecco che ci vengono in soccorso le parole di Papa Francesco, che durante un’udienza in San Pietro, ha così affrontato il tema della difficoltà nel pregare:

“La preghiera è un aiuto indispensabile per il discernimento spirituale, soprattutto quando coinvolge gli affetti, consentendo di rivolgerci a Dio con semplicità e familiarità, come si parla ad un amico. È saper andare oltre i pensieri, entrare in intimità con il Signore, con una spontaneità affettuosa”.

“La preghiera vera è familiarità e confidenza con Dio, non è recitare preghiere come un pappagallo”. “Questa familiarità vince la paura o il dubbio che la sua volontà non sia per il nostro bene, una tentazione che a volte attraversa i nostri pensieri e rende il cuore inquieto e incerto o amaro, pure”.

“Stare in preghiera non significa dire parole, parole, parole: no, aprire il cuore a Gesù, avvicinarsi a Gesù, lasciare che entri nel mio cuore e mi ci faccia sentire la sua presenza. E lì possiamo discernere quando è Gesù o quando siamo noi con i nostri pensieri, tante volte lontani da Gesù”.

“Ho conosciuto un vecchio fratello, un religioso, che è un portiere di un collegio. Lui, ogni volta che poteva si avvicinava alla cappella, guardava l’altare e diceva: ‘Ciao!’. Perché aveva vicinanza con Gesù. Ciao! Ti sono vicino e tu mi sei vicino: questa vicinanza, vicina affettiva con i fratelli, vicinanza con Gesù, un sorriso, un semplice gesto, e non recitare parole che non arrivano al cuore”. “Andiamo avanti con la ‘preghiera del ciao’, di salutare il Signore con il cuore, la preghiera dell’affetto, della vicinanza, con poche parole ma con gesti e con opere buone”.

Con questa nuova concezione di vivere la preghiera come una relazione fraterna con Gesù, vogliamo invitarvi a partecipare all’adorazione eucaristica, ovvero la contemplazione del santissimo sacramento, la forma di preghiera forse più sfidante ma più intima.

Ogni giovedì alle 19:30 in Santa Maria, c’è la possibilità di partecipare e vivere questo momento insieme a tanti altri giovani! A seguire, alle 20:30, si è tutti invitati presso Stoà dove possiamo mangiare una pizza o altro per conoscerci e condividere esperienze.

Questo articolo, della rubrica “Le Penne di Stoà”, idea nata da giovani per i giovani, vuole essere un’occasione e un invito per venire a conoscere Stoà e tutti coloro che la frequentano tenendo a mente che i giovani hanno la responsabilità di alimentare e costruire la comunità pastorale per loro stessi e per i giovani del futuro.

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