
“Io sono ciò che mostro”
In un modo o nell’altro dobbiamo farcene una ragione, per chi ci guarda non siamo altro che la somma di ciò che loro hanno visto (o sentito) di noi.
Un’infinita parzialità che è tale non solo perché limitata in un contesto (o poco più) e a come noi siamo all’interno di esso, ma anche perché l’informazione/fatto/azione sussiste nell’altro filtrata non solo dall’occhio che l’ha vista, ma anche quello che la riguarda, che combattono per imporre la supremazia della propria opinione
Dovessimo però sommare tutte queste immagini, appiccicarle tutte quante in una sorta di collage, l’immagine finale cambierebbe un po’ il teorema:
“Io sono (…) mostro”
Nel senso che tutte quelle forme/immagini non possono appartenere alla stessa persona, stonerebbero, sarebbero brutte
Sono evidentemente mutualmente esclusive
La “seriosità” con la quale affronti la cena coi genitori e la sua inversa ilarità con cui faresti la stessa cena con amici
L’apprezzamento per questo cantante e non l’altro nonostante anche il secondo abbia le cose che ti fanno piacere il primo
La voglia di distinguersi e il desiderio di appartenenza
L’amare la pienezza di significato ma allo stesso modo la sua totale assenza

Giorno e notte condividono lo spazio dell’arte, una realtà lontana dal reale
Ma sono davvero mutualmente esclusive?
Se io provassi a dipingere me stesso, in un ritratto che funga da specchio delle mie qualità oltre che della mia figura (come ogni buon ritrattista fa) non saprei quali aggettivi affiggere a me, quali caratteristiche sottolineare e quali tralasciare
E se dovessi farlo a quattro mani?
Con quale criterio potrei togliere la voce/mano dell’altro anche (e soprattutto) qualora cozzi con la mia?
Ed ecco che diventa più facile pensarsi astratti, simbolici.
Gialli, rossi e blu a seconda della musica che si ascolta
E nella perdita di definizione di forme riconoscibili, non è forse più facile muoversi, identificare questo e quest’altro significato e dare spazio persino al loro inverso?
E se la gente mi guarda male perché nel mio dipinto ci metto Bello Figo e De André in egual misura, il mio dipinto conterrà entrambe comunque.
Anche perché chi lo sa se conosci il mio linguaggio?
Io sono ciò che mostro, e se ciò che mostro ai tuoi occhi è un mostro, ci sono altri dipinti in questa mostra
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