Intervista

LA BELLEZZA DELL’AIUTO

INTERVISTA ALL’ASSOCIAZIONE CHRISTIAN

L’uomo, come disse Aristotele, è un “animale” sociale: è naturalmente spinto ad agire non solo nel proprio interesse, ma anche nei confronti delle persone che lo circondano. In una realtà che ogni giorno è chiamata ad affrontare diversi problemi, ora più che mai l’essere umano deve essere altruista e solidale, aiutando chi è più in difficoltà.

L’Associazione Christian di Busto Arsizio è un esempio di grande impegno e dedizione nell’aiuto nei confronti di coloro che nascono in realtà meno fortunate della nostra. Attraverso l’intervista a Maria Vittoria Paganini e alla figlia Maddalena Marelli, quest’ultima giovane di Stoà ed entrambe impegnate come volontarie per l’associazione (nella foto di copertina, rispettivamente a destra e al centro), vogliamo dare l’opportunità di scoprire i valori fondamentali, la concretezza delle azioni e la bellezza dell’aiuto. La loro esperienza e testimonianza durante la visita alla missione dell’associazione a Nairobi, in Kenya, ci ispira e ci invita a fare la nostra parte nell’aiutare chi è nel bisogno.

Potreste introdurci all’associazione, alla sua origine, al suo scopo e alle missioni?

“L’Associazione Christian nasce nel 1998 in seguito alla morte, nel 1997 di Christian Marelli, episodio che ha colpito tanti a Busto e ha spinto noi, allora giovani dell’oratorio San Luigi, a fare qualcosa in suo ricordo.

Nel ’92, noi giovani dell’oratorio, tra cui anche Christian, guidati da Don Alberto Beretta, eravamo andati in Kenya, ed eravamo tutti rimasti colpiti da questa realtà al punto che, alla scomparsa di Christian, ci è sembrato naturale devolvere come gesto di ricordo una quota di soldi verso le missioni locali incontrate durante il viaggio. Grazie alla generosità e all’interesse delle persone i fondi aumentarono sempre più e alla fine, nell’auletta dell’oratorio, decidemmo di fondare l’associazione, in nome del nostro amico, per dare un senso alla sua scomparsa.

I progetti dell’associazione sono cresciuti e sono evoluti negli anni. Ad oggi contano: la costruzione all’interno della baraccopoli di Nairobi Korogocho di un dispensario e di un centro di riabilitazione “Napenda Kuishi” (amo vivere). Questo centro è diviso in due strutture diurne dove i ragazzi di strada, spesso vittime della fame e delle circostanze che li costringono a ricorrere alla “droga dei poveri” (un composto di olio esausto dei motori e altre sostanze raccolte nella discarica di Dandora), possono scegliere volontariamente di intraprendere un percorso di riabilitazione. I giovani che decidono di partecipare a questo programma sono supportati da professionisti volontari, insegnanti e dal missionario Padre Maurizio Binaghi. L’obiettivo principale è quello di formare questi ragazzi a mestieri professionali, offrendo loro un’alternativa alla vita per strada e alla violenza.

A questi progetti, si aggiungono la costruzione delle scuole: Saint John, Saint Martin e Watoto Wetu (i nostri bambini); il progetto “Pro Life”, che aiuta le ragazze incinte a portare avanti la gravidanza e allo stesso tempo imparare delle professioni; la realizzazione di un centro medico, che fornisce cure mediche primarie per gli abitanti della baraccopoli; e con l’ultima vendita dei panettoni a Natale, si sono raccolti i fondi per aprire un laboratorio dedicato alla ricerca e al trattamento della tubercolosi.

Tutte le nostre iniziative sono mirate a dare una prospettiva di futuro per i ragazzi della baraccopoli, ragazzi che hanno il coraggio di andare controcorrente e scegliere una via più difficile, ma con la prospettiva di voler cambiare il proprio destino.”

Quali sono i fattori che avvicinano e allontanano i ragazzi della baraccopoli da queste opportunità?

“Chi vive in un contesto così, in cui si è continuamente spinti ad andare in una direzione, scegliere di andare controcorrente è difficilissimo e faticoso. Iniziare un cambiamento del genere inizialmente non favorisce la persona e quindi è la grandissima volontà e forza d’animo nei ragazzi che li spinge ad intraprendere e continuare questo percorso. I missionari offrono la possibilità di cambiare, ma ci deve essere sempre uno sforzo da parte del ragazzo, in modo che la responsabilità che noi sentiamo nei loro confronti sia da loro riconosciuta e ricambiata.”

Come riguardi la tua quotidianità dopo aver fatto questo tipo di esperienza?

“Siamo tornati tutti completamente cambiati, con una sensibilità e una responsabilità maggiore. Vivo la mia quotidianità in modo più consapevole, semplicemente ad esempio faccio maggiore attenzione allo spreco dell’acqua perché nel momento in cui scorre mi vengono in mente i volti dei ragazzi e delle persone che ho conosciuto e quanto per loro un bicchiere d’acqua abbia valore: se prima sembrava una realtà distante, ora che l’abbiamo vissuta in prima persona un gesto così piccolo assume un valore molto più grande. Non puoi essere indifferente, vedi e ti rendi conto dell’ingiustizia nel mondo che non è solo la più evidente Europa-Africa, ma anche Nairobi-Nairobi, dove passando per l’autostrada si vedono da un lato palazzi, case in mattone, grattaceli e dall’altro accampamenti e baracche, con una disuguaglianza sociale enorme.”

Come risolvete il problema dell’altruismo egoista, come vi sentite sapendo che aiutare in primis vi rende felici?

“Se si è egoisti e si fa volontariato solo per stare bene con sé stessi, nel frattempo si fa stare bene anche altre persone; quello che noi abbiamo vissuto è un’idea di comunione nel suo concetto cristiano. Facendo del bene, allo stesso tempo si riceve e questo scambio di bene crea unione, entrambe le persone che hanno dato e ricevuto bene, a loro volta continueranno nelle loro azioni allargando sempre più l’orizzonte e coinvolgendo altre persone. Un po’ si è “egoisti”, ma è un egoismo sano.”

Come si sceglie a chi dare aiuto e come darlo, viste le diverse forme che ci sono, come ad esempio le missioni o la Caritas? Quali sono i criteri per una scelta?

“Ai tempi del primo viaggio nel 92′ la missione era molto forte e noi come giovani l’abbiamo sentita come una cosa che ci apparteneva e abbiamo scelto quest’ambito, che sentivamo più vicino a noi. Adesso, i tempi sono cambiati, ma ognuno ha una sensibilità diversa e sceglie in quell’ottica. L’importante è sviluppare la propria sensibilità e senso critico, attraverso quella, poi, qualsiasi forma di aiuto è preziosa: si è veramente felici nel momento in cui anche le persone attorno a te sono felici. Facendo un’esperienza significativa si allarga l’orizzonte, non si può più rimanere con gli occhi chiusi e pensare solo al proprio interesse ristretto.”

Cliccando sul logo dell’Associazione Christian è possibile accedere al sito per approfondire i progetti, la storia e conoscere le varie iniziative:

Questo articolo, della rubrica “Le Penne di Stoà”, idea nata da giovani per i giovani, vuole essere un’occasione e un invito per venire a conoscere Stoà e tutti coloro che la frequentano tenendo a mente che i giovani hanno la responsabilità di alimentare e costruire la comunità pastorale per loro stessi e per i giovani del futuro.

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