ArgomentativoIntervista

Don Luigi Ciotti: contro la mafia, per la giustizia

La mattina del 19 gennaio 2026, entrando nel Teatro Talisio Tirinnanzi di Legnano, ho percepito
immediatamente che non si sarebbe trattato di un incontro qualunque. Il silenzio che riempiva la sala
non era vuoto, ma carico di attesa e rispetto; negli sguardi di chi prendeva posto si leggeva la
consapevolezza di stare per ascoltare parole capaci di lasciare un segno. Non era solo un evento
pubblico, ma un momento di ascolto profondo, in cui ciascuno era chiamato a fermarsi e a
confrontarsi con storie vere, scomode, necessarie.

L’incontro, organizzato dal presidio scolastico “Marcella Di Levrano” di Libera, attivo presso l’Istituto
Barbara Melzi di Legnano, ha avuto come filo conduttore non soltanto la legalità, ma il valore umano
che si nasconde dietro a questa parola. Parlare di legalità, in quel contesto, ha significato parlare di
responsabilità, di memoria e di scelte che incidono sulla vita delle persone. In particolare, la figura di
Marcella Di Levrano ha accompagnato l’intera mattinata: una donna che aveva scelto di stare accanto
agli ultimi, entrando ogni settimana in carcere per ascoltare storie di fragilità e di errore, convinta che
nessuno fosse irrecuperabile.

In quel teatro non eravamo semplici spettatori. Eravamo persone chiamate a misurarci con il dolore
delle vittime innocenti delle mafie
e con il significato concreto dell’impegno civile, rappresentato dalla
presenza di Marisa Fiorani, madre di Marcella, e di Don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera.

Marcella Di Levrano era una giovane donna che aveva scelto di stare dalla parte degli ultimi,
dedicando la propria vita all’ascolto e al recupero di persone segnate dalla dipendenza e dalla
marginalità
. Operatrice sociale, entrava ogni settimana nel carcere per raccogliere testimonianze e
offrire sostegno a chi era stato escluso dalla società, convinta che nessuno fosse irrecuperabile. La
sua scelta di collaborare con la giustizia, denunciando ambienti criminali legati alla droga, la rese una
vittima della mafia: nel 1990 fu brutalmente uccisa.

Libera nasce con l’obiettivo di contrastare le mafie attraverso la memoria delle vittime, la
partecipazione attiva e la promozione della giustizia sociale. È una rete di cittadini, scuole e
associazioni che sceglie di partire dalle persone, prima ancora che dai dati e dalle statistiche, per
costruire una cultura della legalità fondata sulla responsabilità collettiva.

Ad aprire ufficialmente la conferenza è stato il sindaco di Legnano, Lorenzo Radice, che ha espresso il
proprio sostegno ai ragazzi del presidio e ha sottolineato l’importanza di aprire il teatro cittadino a
momenti di confronto capaci di trasmettere valori civili ed educativi fondamentali.

È poi intervenuto Francesco Cajani, pubblico ministero della Procura di Milano, che ha raccontato
alcune tappe significative del proprio percorso umano e professionale, spiegando come sia entrato in
contatto con Libera e, successivamente, con la storia di Marcella Di Levrano. Il suo intervento si è
sviluppato attorno a tre immagini simboliche: la “pietra”, come segno di resistenza; “tua figlia, mia
figlia
”, per indicare come il dolore possa diventare memoria condivisa; e infine “siamo tutti genitori di
Marcella
”, a sottolineare che la sua vicenda non appartiene solo alla sfera privata, ma riguarda l’intera
comunità. Attraverso queste immagini, Cajani ha mostrato come una tragedia personale possa
trasformarsi in una responsabilità collettiva.

Dopo un lungo applauso, ha preso la parola don Luigi Ciotti, aprendo il suo intervento con una
riflessione critica sul significato della parola legalità, spesso abusata e svuotata di senso.

«La legalità non è un fine, ma uno strumento per raggiungere la giustizia»

Secondo Ciotti, esistono realtà che si definiscono antimafia pur riproducendo al loro interno logiche
mafiose, a dimostrazione del fatto che il rispetto formale delle regole non coincide automaticamente
con la giustizia. Applicare le leggi non basta: è necessario che esse siano giuste e orientate al bene
comune
. Ha inoltre ricordato come, in diversi momenti storici, proprio nel nome della legalità siano
state commesse violenze contro cittadini e manifestanti, mettendo in guardia contro il rischio di un
“legalismo” rigido e disumanizzante.

Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo della scuola e dei giovani. I presidi studenteschi sono
stati definiti percorsi nuovi e indispensabili, capaci di dare voce a una generazione che chiede
partecipazione e riconoscimento. Di fronte a mafie che continuano a colpire attraverso corruzione,
violenza e omicidi, l’arma più potente resta la consapevolezza
.

Al termine dell’intervento di don Luigi Ciotti, ha preso la parola Marisa Fiorani, riportando alla luce
ricordi profondamente dolorosi legati alla figlia, che, come afferma, “è ancora tra di noi”. Marisa ha
chiarito di non voler lasciare come unica eredità il dolore, ma anche il coraggio di Marcella, che aveva
scelto di affrontare una battaglia difficile, mettendosi accanto a chi era stato emarginato dalla società.

Ci viene raccontato inoltre che la scelta di vita di Marcella affondava le sue radici in una fede vissuta in
modo concreto e quotidiano. Cattolica convinta, aveva fatto propri gli insegnamenti cristiani della
misericordia e del perdono, credendo profondamente nel valore della seconda possibilità
.

«Nessuno nasce criminale, è la vita che spesso lo rende tale»

in queste parole si rifletteva la sua visione dell’uomo, mai ridotto al proprio errore, ma sempre considerato capace di riscatto. Per Marcella, nessuno era definitivamente perduto, perché ogni persona, se accompagnata e ascoltata, poteva intraprendere un cammino di cambiamento e di redenzione.

Toccare l’anima di una persona è il primo passo per cambiarla e per cambiare anche se stessi ci dice
Marisa. Lei con sua figlia, hanno avuto modo di vedere con i propri occhi delle realtà criminali molto
complicate che hanno modificato profondamente il loro modo di vedere il mondo e le persone. È
anche per questo che ha deciso di entrare a far parte di Libera: per rendere chiunque consapevole dei
pericoli di certe scelte e per aiutare chi rischia di cadere nelle mani della criminalità organizzata
. Ha
raccontato di aver cercato la verità da sola per molti anni e di essersi promessa, dopo aver
riconosciuto il corpo della figlia, che non avrebbe mai smesso di farlo. Il punto di svolta arrivò quando
per caso venne a conoscenza di Libera e della giornata del 21 marzo dedicata alle vittime innocenti
delle mafie
. In quel momento comprese di non doversi più vergognare della propria storia.

Quello del 19 gennaio non è stato soltanto un momento di ascolto, ma un autentico invito alla
responsabilità. Parole pesanti, che fanno male e che toccano le corde dell’anima in maniera molto
particolare. La testimonianza di don Luigi Ciotti e Marisa Fiorani hanno restituito l’immagine di un
impegno che nasce dall’incontro con l’altro e dalla scelta di non voltarsi dall’altra parte. La storia di
Marcella Di Levrano e il lavoro di Libera dimostrano che fermarsi davanti al dolore, chinarsi su di esso
e accompagnarlo può trasformare una ferita in un percorso di consapevolezza, impegno e
cambiamento. Una memoria che, se unita all’azione, diventa educazione e speranza.

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Autore

  • Sono Alessandro mammone, ho 17 anni e frequento la quinta superiore nella scuola secondaria Arturo Tosi. Gioco a calcio da 11 anni e ho la passione per il giornalismo e la scrittura da quando sono piccolo. Il mio sogno è sempre stato quello di diventare giornalista sportivo.

Alessandro Mammone

Sono Alessandro mammone, ho 17 anni e frequento la quinta superiore nella scuola secondaria Arturo Tosi. Gioco a calcio da 11 anni e ho la passione per il giornalismo e la scrittura da quando sono piccolo. Il mio sogno è sempre stato quello di diventare giornalista sportivo.

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